Vecchie memorie – Nella terra di Re Artù

  Era la fine di Giugno del 2009, quando il caldo italiano mi stava comprimendo il cranio, che presi il mio primo aereo solo soletto diretto verso l’Inghilterra. Non era esattamente il mio primo viaggio nella terra degli angli, ci ero già stato qualche mese prima in gita scolastica, ma questa volta sarebbe stata tutta speciale.
Ho sempre guardato dall’alto in basso con vibrante orgoglio quelle persone che mettono piede a Londra per fare shopping da Harrod’s e comprare una maglietta all’Hard Rock café e considerano fatto tutto quello che c’è d’interessante da fare. I più snob di solito osano l’inosabile buttandosi in una gita a Stratford a vedere la casa di Shakespeare. No, io non ci sono stato. Le mie conoscenze locali si sono rifiutate di portarmici. Motivo? La casa di Shakespeare è come il balcone di Romeo e Giulietta a Verona, un falso, e il paese è la copia di centinaia e migliaia di altri villaggi nel sud Inghilterra, ma volgarmente impacchianita per i turisti.
No, niente Stratford.

Molto meglio un tour nel south-west, considerato la zona più bella e autentica dell’Inghilterra, con un giro completo della Cornovaglia. Questo era il programma che le mie conoscenze locali avevano fissato per me. E io, diciottenne inesperto e intimidito, mi piego. Mai fiducia fu meglio riposta. Ho potuto visitare luoghi, alcuni molto turistici, altri per nulla, ma di fronte ai quali Stratford appare come una macchia d’unto sulla cartina della Grand Bretagna.

Tantissimi di noi hanno conoscenze più o meno puntuali sul mito di re Artù. Un generale romano? Un capo locale? Un parto magnifico di qualche mente fervida? Forse tutte queste cose. Il monaco gallese Goffredo di Monmouth, probabilmente non senza intenti encomiastici e celebrativi, pone nella linea del tempo nomi di persone e luoghi, tra le pagine bellissime della sua Historia Regum Britanniae, o Storia dei re di Britannia; dal troiano Bruto, fuggito dalla sua patria e divenuto primo mitico re Britannico. Dopo una genealogia fantasiosa e interessante, che tocca anche l’omni-conosciuto e ultra-abusato Merlino, si giunge alla parte dedicata a re Artù. Il monaco gallese indica come luogo di nascita del re un castello della cornovaglia, sulla costa atlantica: Tintagel (si pronuncia come in italiano e con l’accento sulla “a”, non Tìntaghel come pensano molti).
Ebbene io questo castello l’ho visitato. Guastato, come tutto del resto, dal solito patetico negozio di souvenir con spade di plastica e archi e frecce o collanine tamarre. Con la leggenda tristemente sfatata riguardante la grotta sotto la scogliera (la Merlin’s cave), dove re Uther Pendragon avrebbe consegnato il neonato Artù nelle mani di Merlino perché lo educasse. Be’, è occorso uno sforzo meditativo per lavare via dai pensieri tutti questi dettagli, ma ci sono riuscito: è rimasto un paesaggio da sogno, austero e terribile, ma bello oltre ogni immaginazione. 
   Ogni dettaglio del paesaggio sembrava sprizzare magie che si rincorrevano sulla spuma delle onde e sull’erba verdissima, fatta apposta per i folletti che si dice popolino la Cornovaglia.
    Nel viaggio che oramai aveva assunto i connotati di un sogno, ci siamo fermati in una riserva detta Dart Moor,  la brughiera del Dart, location del romanzo “Il mastino dei Baskerville” di Conan Doyle. Uno scenario da pelle d’oca. La desolata bellezza di un area che ha patito la deforestazione già in epoche remote, e che non è più riuscita ricoprire i suoi declivi con l’antica vegetazione, ora sostituita da polle e stagni, brughiere di fiori viola e gialli e occasionali foreste di conifere che punteggiano lande pietrose… questo è il Dart Moor.

In non poche occasioni mi pareva quasi di vedere Gandalf e i cavalieri di Rohan sbucare da dietro una collina… In effetti Tolkien si è ispirato al paesaggio del sud-ovest dell’Inghilterra per le descrizioni che fa della Contea, con il paesaggio agreste e ben curato, ma in questo parco naturale, la natura selvaggia e brulla sembrava quella dei regni Rohan e Gondor, per chi se ne intende de Il signore degli anelli o comunque dell’universo tolkieniano. Camminare non è sempre facile, il terreno è molto irregolare e pieno di buche o rialzi improvvisi. I cespugli bassi e spinosi rendono alcuni tratti una tortura, e procedere diventa impossibile se si hanno i pantaloni corti, ma dalla cima delle colline, dette tor si gode di un panorama impareggiabile.

   Scrutando le lande circostanti non è difficile immaginarsi Aragorn mentre bivacca con gli Hobbit nel viaggio verso Gran Burrone, e per chi conosce e ama l’universo di Tolkien è quasi un automatismo il pensare a certi personaggi quando ci si trova immersi in questo tipo di paesaggi. Non si sente affatto la mancanza di civiltà, e l’essere così immersi nella natura selvaggia spalanca delle porte sulla propria anima che, nella vita di tutti i giorni, sono irrimediabilmente sbarrate. L’essere improvvisamente, dopo una faticosa camminata, sulla cima di una collina a osservare un panorama del genere, fa sentire un vuoto improvviso e una pace interna bellissima, soprattutto se c’è un vento fresco ad alleggerire il calore accumulato per la fatica. La mente si mette a correre, e si vede Re Artù correre a cavallo guidato da Merlino, si vedono dei druidi e dei guerrieri. Il passato e il presente non hanno più senso. Ci siamo noi e la nostra mente che corre all’impazzata, più libera di quel vento fresco che soffia dall’oceano. La foresta, se fosse stato buio, sarebbe stata perfetta per nascondere qualche cavaliere nero, ma era pieno giorno, e ho trovato soltanto tantissime pozze, tronchi caduti e un silenzio che pagherei oro pur di averlo in casa! La luce filtra davvero poco tra gli alberi, e se il sole picchia troppo, si trova subito sollievo sotto le chiome superbe di questi pini altissimi. Se si è fortunati, si può trovare qualche ceppo asciutto su cui sedersi e riposarsi. E magari osservare qualche coniglio curioso che alza la testa da dietro un tronco caduto e guardarci, per poi scappare tra i bassi arbusti del sottobosco.

I turisti occasionali, solitamente, si limitano a visitare Londra e Stratford, qualcuno si spinge a Liverpool per via dei Beatles o a Manchester perché suona bene. A chi sente il fascino magnetico e irresistibile per il passato e per la natura selvaggia che ha ispirato saghe e leggende, si presenta invece la possibilità di fare un’esperienza più profonda e indelebile, come quella che sento di aver fatto io in questo viaggio.

Tornando alla ben più arida civiltà, ho potuto visitare un posto ancor più affascinante: Glastonbury. Questo piccolo villaggio nel cuore del Somerset è famoso nel mondo come la sede del più grande festival musicale a livello planetario. Ma è anche una capitale per i seguaci della wicca, per i neopagani o per gli esoterici. Sembra che si trovi in un punto geografico in cui si congiungono molte ley lines (linee immaginari passanti per luoghi legati alla magia esoterica, come siti megalitici etc.). In effetti non è raro trovare donne vestite da streghe che passeggiano e i negozi straripano di pestelli, mortai, erbe strane, pietre e sfere, alambicchi e tuniche. La leggenda vuole che Giuseppe d’Arimatea, custode della coppa con la quale era stato raccolto del sangue di Gesù, sia sbarcato in questa pianura alluvionale, e una volta sceso avrebbe piantato un bastone, divenuto il sacro biancospino, meta di pellegrinaggi e distrutto poi dalle truppe di Cromwell. Nell’area esiste comunque una specie di biancospino unica, che si trova solo a Glastonbury e dintorni, e fiorisce due volte l’anno: a primavera e a natale.

L’abbazia di Glastonbury, ormai in rovina, merita anch’essa una visita approfondita. Come preludio alla ben più suggestiva salita al Tor (parola di origine celtica che indica una collina) sovrastante il paese. Questa collina era probabilmente circondata dalle acque nelle stagioni alluvionali, il che giustificherebbe la sua associazione tradizionale con la mitica isola di Avalon. La torre posta sulla sommità è quanto resta di una chiesa distrutta da un terremoto. Dice una leggenda che addormentarsi sulla collina produce strani effetti sul sonno: si sognerebbe di risvegliarsi circondati da fate e altri esseri, desiderosi di offrire del cibo. Accettarne significherebbe non svegliarsi più. Al di là di questi affascinantissimi tocchi di atmosfera, Glastonbury è uno dei luoghi più magici e misteriosi che l’Inghilterra ha da offrire. Le è stata anche dedicata una puntata di Voyager (ma non ditelo troppo in giro).

Un commento Aggiungi il tuo

  1. G ha detto:

    le immagini della cornovaglia fanno tornare in mente tante cose anche a me!!! Che posto meraviglioso… nei miei ricordi però c'è un vento gelido e un sole splendente…

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