Eilean Leòdhais – Viaggio sull’isola di Lewis

  E alla fine sono tornato. Trovo davvero difficile trovare un punto da cui cominciare. Il natale è stato meraviglioso, passato nel modo più britannico possibile, a Glen Clova nelle Highlands del sud-est. Ho ricevuto in regalo una cornamusa che era appartenuta al nonno della mia ragazza. Uno strumento davvero bello, ma difficilissmo da suonare ovviamente. Farne uscire un suono è davvero un problema, ma tra i regali di natale ho ricevuto anche un metodo completo così forse riuscirò ad imparare a suonarla decentemente…col tempo! Il capodanno l’ho passato a Edimburgo, una città che non delude mai, con il suo castello che troneggia dall’alto illuminato nel buio da luci azzurrine, e i suoni travolgenti delle cornamuse che si elevano da ogni angolo; ma non è di queste cose  che voglio parlare in questo post. Oggi scrivo per parlare dei quatro giorni passati nelle Ebridi esterne, e in particolare sull’isola di Leòdhas [ʎɔː.əs̪], Lewis in inglese, che ho avuto modo di visitare tra il 3 e il 6 gennaio. La realizzazione di un sogno che avevo da anni.

 Vorrei concedere molto più spazio per le sensazioni che ho provato durante il viaggio ma ho deciso di essere più sintetico e abbastanza telegrafico per evitare perdermi troppo in declamazioni poetiche, anche se il rischio di caderci è sempre alto quando si riporta un’esperienza di viaggio, in particolare se si tratta di un’esperienza come quella che ho vissuto io, piombata dal cielo tra i regali di natale, dopo anni ed anni che la sognavo senza che osassi sperarci troppo. Voglio comunque evitare una cronaca in stile “cronologia da manuale di storia”. Moltissimi resoconti di viaggio disponibili sul web tendono a seguire questo stile, segnalando orari, quantità di strumenti/indumenti, percorsi stradali e indicazioni economiche. Questi resoconti sono utili, ma credo che si possano trovare informazioni del genere fin troppo facilmente, e quando leggo di un resoconto di viaggio sono più interessato alle sensazioni che non ai soldi spesi o agli orari dei traghetti che posso scaricare aggiornati dai siti dedicati. Per quanto riguarda i prezzi, direi che variano troppo facilmente e non è quasi mai possibile stabilire un budget definitivo che verrà mantenuto senza sgarri fino alla fine, così che è ancora più impossibile calibrare il proprio budget su quello altrui.

  Insomma, in questo post parlerò soprattutto di quello che ho visto e di cosa ho provato. Vorrei suscitare l’interesse dei miei lettori verso l’oggetto di questo resoconto, e credo che il modo meno appropriato sia quello di infarcirlo di dettagli tecnici che potrebbero essere utili a qualcuno che ha già il biglietto prenotato e necessità di consigli pratici. Le Ebridi sono state il teatro di una delle esperienze più magiche della mia vita, e veglio cercare di rendere a parole la magia che i miei occhi hanno visto. Non è un obiettivo facile, ma voglio provarci.

Il mio primo impatto “serio” con l’arcipelago delle isole Ebridi è avvenuto quasi per caso anni fa, quando ho scaricato la mia prima versione di Google Earth. Ovviamente mi sono catapultato ad esplorare la Scozia, che già allora era il paese che più catturava la mia attenzione, e sono rimasto colpito dalla miriade di isolette e insenature della costa occidentale. Mentre zoomavo verso quella direzione è apparsa un’etichetta: “mari interni al largo della costa occidentale della Scozia”. A qualcuno forse non sembra nulla di che, ma in quelle parole ho sentito  vibrare del magico, e negli anni successivi ho speso ore ed ore a navigare tra le immagini da satellite di quelle zone, controllando nomi, fotografie e cercando notizie. Le Ebridi esterne sono la parte che ha catturato di più la mia attenzione perché sembravano quelle più remote e affascinanti. Qualcuno potrebbe obbiettare che le Shetland sono ancora più isolate, ma la loro posizione tra Gran Bretagna e Norvegia e al centro di rotte navali non le rende affatto periferiche, mentre le Ebridi esterne sono a buon diritto ai confini del continente, prima del vasto oceano. Quando sono arrivato sull’isola di Lewis mi è sembrato quasi che ci fossi già stato, questo perché avevo passato lungo tempo ad esplorarla con la funzione street view, il che si è rivelato utile al momento di dover trovare la strada per il nostro alloggio: la conoscevo già!  Voglio tralasciare una lunga e noiosa introduzione sulle isole e sulla loro storia; ho scritto un post abbastanza esaustivo qualche mese va e vi rimando ad esso per approfondimenti (Clicca qui per visualizzare il post)
  Siamo partiti da Edimburgo alle 7:30 del 3 gennaio e abbimo attraversato le Highlands passando da Pitlochery e da Inverness, per arrivare nella picola citadina di Ullapool dove ci aspettava il traghetto. I panorami lungo la strada erano davvero magici, e spaziavano dalle montagne spoglie coperte di brughiera alle cime innevate che sbucavano da foreste di conifere e di cespugli rossi e arancioni. I laghi si uccedevano innumerevoli e si stropiccavano tra le montagne punteggiate da casette sparse. I cartelli stradali iniziavano a  comparire bilingui e il gaelico piano piano prendeva il posto dell’inglese. La cittadina di Ullapool era davvero molto carina, adagiata su un loch, un fiordo per esere più precisi (gli scozzesi chiamano loch ogni specchio d’acqua, dagli stagni ai bracci di mare), circonndato da montagnne bellissime, rossicce e spruzzate di neve. Il panorama, qui nel nord della  Scozia, si mostra molto diverso da quello tipico, diciamo, della campagna inglese. Assomiglia molto di più a quello scandinavo, e la cosa si riflette anche nell’architettura. I paesi e le case sparse tra le colline ricordano molto più le isole Fær Øer che non il sud della Gran Bretagna.

  Sebbene il nostro viaggio sia passato senza scosse eccessive, alcune parti della Scozia stavano passando serie difficoltà. Per noi è stato un problema l’inizio del viaggio per la presenza di un uragano. Abbiamo visto un uomo guidare un’auto con un grosso ramo conficcato nel parabrezza e l’abbiamo rivisto intervistato sulla BBC la sera stessa. Una casa è stata addrittura investita dal tetto metallico di un grosso palazzo spazzato via dalla furia del vento. Ci sono stati dei morti e i danni alle abitazioni sono incalcolabili. Nel nostro piccolo, abbiamo continuamente dovuto cambiare strada a causa degli alberi o dei camion ribaltati. Questa parte del viaggio, la prima, è stata davvero scoraggiante, pensavamo che saremmo dovuti tornare indietro. Pochi giorni prima, un traghetto per le Ebridi esterne aveva subìto un ritardo di quindici ore, affrontando gorsse difficoltà nel braccio di mare spazzato da venti a 90 Km/h.

Steòrnabhagh

   Il nostro viaggio in traghetto è stato definito tranquillo dal personale di bordo, ma per me è stato abbastanza brusco. Sono salito sul ponte più di una volta e potevo vedere le luci della terraferma allontanarsi e sparire nel buio. Il traghetto  presentava tute le indicazioni e le varie scritte in due lingue, gaelico e inglese. L’isola di Lewis, la più grande delle Ebridi esterne e terza più grande delle isole britanniche, era presentata col suo nome locale, Eilean Leòdhais.

  Osservando le profonde acque nere potevo quasi vedere le navi dei monaci e dei vichinghi solcare le onde e imbattersi in balene che venivano scambiate per mostri marini. La traversata è durata circa tre ore e mezza, e al nostro arrivo siamo stati accolti da una cittadina abbastanza silenziosa, affacciata su un porticciolo dominato da un elegante castello le cui torri si distinguevano a malapena nell’oscurità, illuminate da luci fioche. Era la cittadina di Stonoway (Steòrnabhagh in gaelico, con pronuncia quasi identica), capitale dele Ebridi esterne e sede del governo locale, il Comhairle nan Eilean Siar. Un atto legale del 1997 stabilisce che le isole allora conosciute come Outer Hebrides o Western Isles, in inglese, tengano solamente il nome gaelico per la denominazione ufficiale, così che adesso sono chiamate, a norma di legge, Na h-Eileanan Siar.  Il viaggio verso il nostro alloggio è durato circa mezz’ora, ai lati dell’auto vedevamo sfrecciare centinaia di loch grandi e piccoli illuminati dalla luce della luna che faceva capolino tra le nuvole che correvano come impazzite.  
Nan Gearrannan

   L’alloggio era prenotato in un villaggio di Black-houses, ovvero case d’epoca di pietre a secco con tetto di paglia. Erano le abitazioni dei contadini poveri, e sono dette blackhouses perché il fumo del focolare anneriva gli interni. Il villaggio si chiama Nan Gearrannan ed è sostanzialmente un residence ricavato in case d’epoca ristrutturate. Non si notano segni di modernità, cavi, fili e antenne sono accuratamente nascosti. Tutto sembrava uscito da un fumetto di Asterix. Il panorama era, ancora una volta, da togliere il fiato. Una baia circondata da alte scogliere battute dalle acque dell’Atlantico, con una striscia di sabbia bianchissima sul fondo, coperta da rocce levigate adagiate sulla riva. Conigli correvano impazziti per i declivi e alcune pecore saltellavano tra le rocce, più libere del vento.

Lews Castle

 L’accoglienza al villaggio ci è stata offerta da una corpulenta signora dagli occhi azzurri, madrelingua gaelica e dall’inglese fortemente accentato. Brusca e bonaria, da buona isolana. Molto pratica e disponibile. L’interno della casa era incredibilmente accogliente, con i pavimenti riscaldati e ogni comfort. Il contrasto fra il paesaggio esterno, brullo e ostile, spazzato dal vento, e l’interno, accogliente, raccolto e intimo rendeva la permanenza all’interno della blackhouse ancora più piacevole. Tra le blackhouses c’è anche un ostello della gioventù, che a quanto pare offre alloggio a prezzi molto concorrenziali nell’ordine delle 10/15£ a notte. Le black house private costano molto di più ovviamente, ma credo che ne valga la pena. In alcune di queste case si trovano un bar-negozio per souvenir, una zona di ritrovo con pannelli appesi al muro che riportano la storia del villaggio, e una casa-museo arredata nello stile antico, con una parte adibita a stalla, con tutti gli strumenti e attrezzi del caso.

   La prima giornata è stata dedicata alla visita di Steòrnabhagh/Stornoway, che mi ha colpito moltissimo. Sebbene le mie conoscenze inglesi mi abbiamo detto che la cittadina assomiglia a centinaia di altri posti in Galles o in Cornovaglia e non sia particolarmente brillante, ho davvero apprezzato le sue ridotte dimensioni e il senso di raccoglimento e di tranquillità che si respirava. Non si sentiva affatto la sensazioni di trovarsi ai confini del mondo; le persone sembravano calorose e amichevoli e i negozi erano davvero forniti di tutto. Credevo di giungere in una sorta di romitaggio ma non è stato affatto a così.

   Il Lews Castle che domina la cittadina è stato costruito da un mercante inglese che trafficava droga nel 1800 e che aveva acquistato l’intera isola per poi sottoporla ad un programma intensivo di miglioramenti, che prevedeva la costruzione di strade e la deportazione di massa degli isolani per avere più spazio su cui far pascolare le pecore. Ironia acida a parte, il castello è davvero molto bello, e grazie ad una recente sovvenzione, sarà presto convertito in un grande museo-archivio della cultura gaelica, e sarebbe il primo museo ad avere come lingua principale il gaelico. Il maniero, attualmente in disuso, è collocato in una macchia boschiva che risalta davvero rispetto al panorama del resto dell’isola. Diciamolo subito: il panorama dell’isola di Lewis è per gli amatori. Sebbene non manchino gli scorci dei quali nessuno negherebbe la bellezza, quasi tutta l’isola è costituita da paludi, laghi e brughiere. Le macchie di vegetazione d’alto fusto sono soltanto tentativi umani di riforestazione a corto raggio e a breve termine: i terreni delle torbiere sono troppo acidi e la vegetazione muore velocemente senza rigenerarsi, questa è stata l’impronta umana su quasi tutto il paesaggio scozzese. Una volta coperto da foreste, oggi quasi interamente scomparse.
  Personalmente adoro i paesaggi desolati e le brughiere, per cui ho provato soltanto piacere alla vista di quei panorami così drammatici, e per me ne è valsa assolutamente la pena. Le montagne in lontananza avvolta da una foschia sottile sembrano perdersi non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Le isolette e gli scogli al largo della costa appaiono tracimanti tesori e chissà quali reperti, i laghi di cui è disseminata l’isola sembrano pieni di demoni e altri mostri del folklore. In effetti le leggende e i racconti popolari nell’isola si sprecano. Molte persone evitano queste aree del pianeta definendole deprimenti, per loro le vacanze sono sinonimo di vita sociale intensa, suoni forti e marcati, attività di gruppo. Io vedo le vacanze con un momento di arricchimento personale, per poter imparare/fare quello che non ho il tempo di fare durante il resto dell’anno, e penso che paesaggi come quelli dell’isola di Leòdhas siano deprimenti soltanto per chi non è in grado di stare con sé stesso. Quando ci si ferma a contemplare paesaggi sterminati, e la vista spazia tra aree libere e magnifiche, l’inconscio viene a galla in un turbinare di ricordi ed emozioni passate, che si mescolano in modo confuso, e dare un senso o un nome a quelle sensazioni non è mai facile. Non si capisce nemmeno se siano emozioni piacevoli o sgradevoli, ma fa lo stesso. Anche se a molti questa sensazione non piace e preferiscono ignorarla. Già il fermarsi per un momento a riflettere su sé stessi è un grande passo, e la contemplazioni di questi panorami è davvero un enorme aiuto.
Carloway Broch

  Il secondo giorno abbiamo visitato un Broch, ovvero una fortezza dell’età del ferro costituita da due strutture a cono nella cui intercapedine corre una scala a chiocciola da cui si accede a diversi ambienti collocati nel cono centrale su cui erano disposti soppalchi. Il Broch si trova a Dùn Carlabhaigh (Dun Carloway) ed è collocato su un’altura dalla quale si gode un panorama che illumina gli occhi.

Dopo Carloway ci siamo dedicati alle non abbastanza famose pietre di Calanais (Callanish in inglese e pronunciato allo stesso modo). Un complesso ben più vecchio di Stonehenge e costituito da megaliti disposti a formare una croce celtica. Qui l’atmosfera sembrava irreale, il panorama intatto, come se il tempo si fosse fermato, e complici l’assenza di altri turisti e il sole basso e molto arancione, sembrava di assistere ad un prodigio osservando le scie luminose rincorrersi tra i megaliti. Arcobaleni apparivano e scomparivano, vicini e lontani, creando strani effetti e rendendo l’atmosfera ancora più magica di quanto già non fosse. La posizione soprelevata regalava visuali su orizzonti sterminati, fatti di profili scuri di montagne perse nella foschia che brillava nella luce arancione del sole basso.
Calanais

La tappa successiva è stata l’isola di Bèrneraigh Mòr (Berneray grande), collegata a Leòdhas da uno stretto ponte a una sola corsia. Qui abbiamo apprezzato la vista di una bellissima spiaggia di sabbia bianca e finissima coperta di conchiglie. Sembrava di trovarsi improvvisamente nei mari del sud. A pensarci bene, nonostante la latitudine, la temperature lassù è estremamente mite. Al momento di salire sul traghetto per il ritorno ricordo che la temperatura era di 9°, cosa che non dovrebbe stupire troppo, se si pensa che un clima così mite in relazione alla latitudine è dovuto alla benefica influenza della corrente del golfo. Cosa incredibile, a Steòrnabhagh c’erano delle palme!

Lasciata l’isola di Berneraigh Mòr ci siamo diretti nella parte ovest dell’isola, detta Uig, dove un’altra spiaggia bellissima ci ha accolto, insieme a numerosi laghi e insenature punteggiati da scogli e isolette. Il pranzo è stato consumato in un negozietto che fungeva da supermercato, ufficio postale, bar, lavanderia e dio sa cos’altro, tutto in un solo piccolo ambiente, nel quale si potevano trovare Jelly Beans, Sughi De Cecco ed evidenziatori Stabilo. Parliamo di un luogo remoto abitato da poche centinaia di anime su una superficie non trascurabile ai confini del continente. Ero basito.

Uig

Il pomeriggio ci siamo dedicati alla visita di negozi di tweed e abbiamo visitato una fabbrica del famoso Harris tweed, conosciuto in tutto il mondo e pregiatissimo. Qui siamo stati accolti da un signore che sembrava scolpito dalla dura vita isolana e dai venti inclementi, con un sorriso stampato sul volto che scaldava il cuore. Parlava gaelico come  prima lingua, ma anche un perfetto inglese, seppur con accento violentemente cadenzato. L’esperienza umana di contatto con queste persone, così isolate, lontane e apparentemente fuori dal mondo, è molto più gratificante dell’acidità maleducata di più della metà dei commessi italiani, e non sto esagerando.

L’ultimo giorno, mentre giravamo per Stonoway, un signore di un negozio di prodotti in tweed si è interessato molto al mio interesse (sì, proprio così) per la sua lingua, e sebbene né io né gli altri mostrassimo interesse per l’acquisto della sua merce (ahimè troppo costosa) ha risposto alla mia domanda su dove potessi trovare pubblicazioni in gaelico in quantità rilevante fiondandosi fuori dal suo negozio lasciando la porta aperta, ed entrando in un’agenzia di viaggi lì di fianco per chiedere un indirizzo a una ragazza che sorrideva dolcissima dietro il bancone. Mi sono sentito davvero a mio agio nei contatti che ho avuto con questi “gaeli”. La loro semplicità e loro accoglienza e simpatia rustica sono pregi che hanno eguali solo nei diamanti grezzi.

Berneraigh

 Il ritorno è stato davvero deprimente. Sono salito sul traghetto con il cuore greve. Questa volta il viaggio è avvenuto in giornata e prima di raggiungere il fiordo in cui è collocata Ullapool, siamo passati per un arcipelago davvero misterioso, le Summer Isles. Nome alquanto inappropriato se si considera che tali isole non sono che un mucchio di isolette montagnose, spoglie e perse nella nebbia. Un’occhiata a Wikipedia e ho scoperto che solo una di queste isole è abitata, da non più di 5, dico cinque, persone! Chissà magari un domani sentirò il fascino magnetico anche di questo piccolo arcipelago e andrò a visitarlo.
  Leòdhas mi è paiciuta tantissimo, ed è fuor di dubbio che ci tornerò un giorno. Del resto non ho visitato che una piccola parte della grande isola di Lewis e Harris, e mi aspettano altre decine di isole da visitare, oltre alle principali di Nord Uist, Benbecula, Sud Uist e Barra, e poi…chissà. Un domani mi piacerebbe visitare anche le Orcadi e le Shetland. Ma non voglio mettermi subito a sognare: devo ancora finire di godere del tutto della soddisfazione di aver avverato un sogno che coltivavo da così tanti anni.

 Non voglio approfondire ulteriormente, risulterei tedioso e finirei per scrivere della poesia di quinta categoria con le mie personali riflessioni sui panorami. Consiglio però a tutti a una gita nelle Ebridi esterne, per sentire e vedere il gaelico parlato e scritto, per toccare la storia e lasciarsi rapire da quei panorami irripetibili, e non ultimo, per respirare l’aria più pulita d’Europa!

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Abscondita ha detto:

    spero che ti sia divertito 🙂 Mi sembra una bella vacanza

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