Snorra Edda, ovvero l’Edda di Snorri

Conoscete l’Edda d Snorri? Se la risposta è no, preoccupatevi. In una cultura ripiegata sul proprio ombelico, così come è quella italiana, non è affatto strano, ma è comunque grave. L’Edda di Snorri, o Edda in prosa è forse il capolavoro più di spicco della letteratura islandese medievale, la quale può ben dirsi la letteratura più prolifica del medioevo europeo. Avete presente le vicende degli dei nordici come Thor e Odino? La maggior parte delle nostre conoscenze su di loro e sulla mitologia nordica in generale è dovuta a quanto trascritto da Snorri nella sua Edda. Se avete mai avuto un vago interesse per le atmosfere evocate dalla mitologia nordica questo testo è imprescindibile.  Nelle case Islandesi, ma scandinave in generale, è un testo immancabile, un po’ come la Commedia di Dante per noi italiani.
  L’obiezioni che viene spesso fatta a quanti cercano di promuovere la conoscenza delle altre culture, è che la conoscenza della nostra va sbiadendosi, e bisogna puntare al coltivare e promuovere l’italianità, con la sua magnifica grandezza, senza perdere tempo con questi autorucoli stranieri. Questo atteggiamento è però piuttosto miope: non credo che sia necessario essere studenti di scandinavistica per potersi fare una vaga idea della bellezza e della varietà delle altre letterature europee, e l’essere italiani non deve essere una scusa per dimenticarsi che siamo anche europei, e che tutta la nostra storia, compresa quella letteraria, è inter-connessa senza possibilità di fuga. Una ragnatela intricatissima collega gli estremi dell’Europa, dall’Islanda alle isole greche. Per questo auto-convincersi che il mondo classico-mediterraneo sia stato l’unico e il solo a raggiungere delle vette cultural-letterarie è un errore gravissimo. In effetti molti tratti delle singole letterature appaiono sotto una luce più chiara specialmente se confrontati con quelli delle altre.

   Devo ammettere, con una punta di amarezza, che ho maturato un rigetto davvero violento rispetto alla letteratura italiana, così come alla lingua e letteratura latina. Mi viene letteralmente la nausea ogni volta che sento parlare di Latino, Greco, di Virgilio, di Catullo, ma anche di Manzoni, di D’annunzio, di Petrarca etc. Non ne posso davvero più! L’accento pedante che si pone sulla loro importanza preponderante assomiglia al canto del cigno di una civiltà che sta morendo: è finito il tempo in cui solo il passato conta e i classici non hanno eguali. Oggi è il tempo di sottolineare le pecche di Dante, e di ammettere che non esistono solo Petronio o Aristofane.
   Sono stanco di vivere in una società talmente cieca da non vedere oltre le nebbie mefitiche di una tradizione in decomposizione. Decomposta perché trita e ritrita sotto il peso gravoso del dogmatismo. La fuga nel nord-Europa mi ha fatto respirare aria nuova, leggera e pulita. Ho avuto molti faccia a faccia con testi letterari che mi hanno dato molto di più che non qualsiasi libro in lingua italiana letto o studiato a scuola. L’Edda di Snorri è uno di questi.
   Spesso a noi italiani saltano in mente montagne a piccolo sul mare, isole nebbiose, capanne fumose e condizioni meteo estreme, quando pensiamo al nord-Europa, e in particolare all’Islanda. Pensiamo a gente troppo occupata a fare la guerra, rozza e incivile, sporca lercia e senza alcun talento artistico. No, i vichinghi erano la popolazione più pulita dell’Europa del tempo, i capelli arruffati sono una concezione recente: i manufatti più frequentemente ritrovati in area vichinga sono proprio i pettini. Essi non erano razziatori a tempo pieno, ma finissimi intagliatori, come testimoniato dalle scacchiere e dalle pietre runiche, diplomatici e poeti senza pari. La poesia encomiastica vichinga non ha eguali in quanto a complessità ed elaborazione stilistica. La sofisticazione raggiunta dall’arte poetica nordica farebbe impallidire qualsiasi sonetto siciliano e perfino le terzine dantesche. Ed è proprio a questo punto che torniamo a parlare dell’Edda.
   La poesia vichinga, altrimenti detta scaldica, da skaldr “poeta”, aveva raggiunto un livello tale di complessità che ad un certo momento necessitava di un manuale completo per poterla imparare e padroneggiare. Proprio a questo punto entra in gioco Snorri. Diplomatico e poeta completo, scrisse la sua Edda che è in sostanza un manuale per scaldi. Fu scritta intorno al 1220, duecento anni dopo la cristianizzazione dell’Islanda. Snorri è un cristiano, e si accorge che il patrimonio culturale su cui si fondava la poesia nordica sta via via scomparendo a causa dell’avanzare del cristianesimo che cancellava senza pietà i culti pagani antichi. Pensò quindi di escogitare un pretesto per poter narrare per sommi capi l’intero corpus mitologico nordico, fu così che prese corpo la prima sezione (se si esclude l’introduzone) della sua Edda: il Gylfaginning, ovvero “l’inganno di Gylfi”. Secondo la visione cristiana di Snorri, gli dei nordici non erano altro che eroi antichi poi idolatrati, egli fa coincidere Ásgarðr, il “recinto degli Asi”, con la Troia omerica, e Odino secondo lui sarebbe un eroe troiano. In ogni caso, nel Gylfaginning si parla di un re, Gylfi, che si mette in viaggio travestito da viandante per conoscere i poteri degli Æsir (Asi, in italiano. Sarebbero un clan di dei a cui appartengono Thor e Odino). Si ritrova improvvisamente in un grande salone tanto alto da non vederne la fine, interamente formato da scudi.  E’ la famosa Valhalla, o sala degli eletti, in cui si radunano i caduti in battaglia in attesa del Ragnarock “fato degli dei”, in cui combatteranno per Odino contro il male, in una battaglia che distruggerà il mondo. Gylfi è portato al cospetto di una tripletta di re: l’alto, l’altrettanto alto e il terzo. Gylfi pone loro domande disparate sulla storia degli dei, e questo trio di re, che non sono altro se non Odino stesso trasformato, rispondono esponendo concetti chiave della mitologia nordica. Questa parte serve come fondamento teorico indispensabile per le numerose citazioni che vengono fatte durante il discorso poetico. Leggerla è davvero piacevole: è molto scorrevole e abbastanza asciutta nello stile, senza fronzoli o dilungamenti eccessivi.
La seconda parte dell’opera è detta Skáldskaparmál, ovvero “dialogo sulla poesia”. Si sviluppa come un dialogo tra il gigante Ægir e il dio della poesia Bragi. In questa sezione Snorri si occupa delle kenningar, ovvero delle metafore che costituiscono l’elemento più di spicco della poesia scaldica. Bragi le enuncia al gigante facendogli capire perché certi oggetti o elementi vengano chiamati con certe perifrasi. Queste metafore appaiono piuttosto oscure e ridondanti, alcune sono logiche, e comprensibili con uno sforzo immaginativo, come “la pelle della casa della balena” (ovvero il ghiaccio della banchisa polare) o “il destriero delle onde” (la nave), mentre altre sono mitologiche, e appaiono indecifrabili a chi non conosce il mito a cui si riferiscono. Ad esempio, l’oro può essere definito “il riscatto della lontra”, in riferimento a un mito secondo cui Odino, Loki e Hoenir avrebbero ucciso una lontra che non era altri che un nano trasformato. Dovettero pagare al padre di questi, Hreidhmarr, un riscatto in oro tale da poterci ricoprire la pelle della lontra. Da qui nasce l’oscura perifrasi per definire l’oro.
Malgrado il suo risvolto pedagogico e tecnico, questa sezione non è affatto noiosa e comprende ulteriori approfondimenti sulla mitologia norrena. La terza parte, invece, l’ Háttatal (enumerazione dei versi poetici) non viene normalmente inclusa nelle traduzioni, per il suo tecnicismo. Si tratta di una celebrazione del re Hàkon Hakonsson, protettore di Snorri ai tempi del suo soggiorno in Svezia. IN essa Snorri elenca 100 tipi diversi di metri di versificazione. Un bel numero, non c’è che dire.
  In Italiano è disponibile nelle edizioni Adelphi, a cura di Giorgio Dolfini, con un pregevole saggio introduttivo e un’apparato di note davvero esauriente. La consiglio caldamente a qualsiasi italiano che sia interessato al testo. Invece, per quelli che sanno leggere in inglese, consiglio l’edizione critica della Penguin, nella collana Penguin Classics che oltre ai saggi introduttivi e alle note davvero esaurienti include una cartina della Scandinavia, due interessanti appendici, le genealogie dei personaggi e dei glossari con i nomi e le sezioni di riferimento nel testo. Inoltre le varie sezioni sono precedute da un titoletto aggiunto dal curatore che ne sintetizza il tema, così che la consultazione diventa piuttosto agevole. Naturalmente se non siete super-interessati e volete solo avere una conoscenza di base o anche solo aver letto per una volta il capolavoro antico-nordico, l’edizione italiana è oltremodo sufficiente. Ma se siete dei maniaci o comunque avete un interesse piuttosto profondo e volete un’edizione davvero esauriente, quella della Penguin è di sicuro quella che fa al caso vostro.

Buona lettura!

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Abscondita ha detto:

    Bello, continua a scrivere!

  2. Anonymous ha detto:

    è da un secolo che cerco persone come questa che valorizzano e danno sacrosanta importanza alla mitologia del nord europa ( la mia preferita )

  3. Roberto ha detto:

    Non soltanto la mitologia merita importanza, ma soprattutto tutta la letteratura che ne è scaturita, che costituisce uno dei patrimoni più vasti del medioevo europeo.

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