Cymru! Il Galles, questo sconosciuto.

   Recentemente ho sentito che tra i miei post si nota un grande assente: il Galles. Ho parlato dell’Inghilterra, della Cornovaglia, della Scozia e il Galles manca all’appello. Purtroppo a questo piccolo paese gli tocca seguire le stesse sorti della Scozia, e ad un livello ancora più esasperante: la gente lo crede una “regione” o un “non si sa bene che cosa” dell’Inghilterra, e sebbene il riconoscere che la Scozia sia un’entità geo-politica ben distinta da quella Inglese a volte è facilitato da certi elementi culturali inconfondibili (come il Kilt, le cornamuse o il whisky), per il Galles la cosa non è altrettanto semplice. Non sono ancora andato personalmente a visitare la nazione, sebbene mi sia stato detto che alcune zone sono bellissime e non hanno eguali in tutta la Gran Bretagna, come la regione montuosa di Snowdonia, o l’isola di Anglesey…il problema è che quando sono nel Regno Unito sono sempre con la mia “seconda famiglia” inglese e viste le zone dove ci troviamo stabilmente, raggiungere il Galles sarebbe un problema. Poi c’è da considerare che generalmente gli inglesi non vedono di buon occhio i gallesi. Secondo i primi, i secondi sono un mucchio di grezzoni ignoranti senza cultura che non capiscono nulla di politica e fanno sesso con le pecore…reputazione abbastanza immeritata, anche perché volendo andare a rispolverare la storia, il fatto che i gallesi siano meno fortunati e abitino in una delle zone meno produttive della Gran Bretagna è proprio colpa degli inglesi che a seguito della loro invasione hanno spinto gli allora britanni verso ovest. Alcuni sono finiti in Cornovaglia, altri in Galles. La parola Galles (Wales in inglese ) è di origine germanica, e significa “stranieri”. Nella loro lingua, i gallesi, chiamano la loro nazione Cymru; (IPA: /ˈkəmrɨ/, qualcosa come “chemri”) termine che potrebbe derivare dal primo dei leggendari sovrani della Britannia: Kamber, figlio di Bruto, oppure dal termine gallese per “connazionali”.
  Ovviamente la sete di conquista degli inglesi non si era placata (non si sarebbe placata nemmeno quando avrebbero conquistato due terzi dell’intero globo) e il fatto che il Galles era sempre stato diviso in piccoli regni dallo scarso potere e perennemente in lotta fra di loro rese meno difficili le cose ai conquistatori anglici.  L’annessione all’Inghilterra fu ultimata nel 1301 quando l’allora re inglese Edoardo I portò a termina la conquista del paese, e secondo una leggenda promise ai ribelli gallesi che avrebbe nominato principe del paese un uomo “nato in Galles e che non conoscesse una parola di inglese”. L’azione si concretizzò quando il re nominò principe suo figlio, l’erede al trono, nato in Galles poco tempo prima e non ancora in grado di parlare. A causa di questa decisione, oggi il Principe di Galles è un oscuro erede al trono dalle orecchie grosse coinvolto in scandali sessuali e famoso per le lacune intellettive. Nonostante questo, il principe Carlo, è stato il primo principe di Galles ad adoperarsi per impararsi un po’ di gallese e fare almeno finta di avere un qualche interesse per la nazione, che però non sembra essersi tradotto in alcunché di concreto, visto che quasi la totalità della razza umana ignora l’esistenza del principato. Per chi odia ignorare nozioni così importanti (no, non sto ironizzando), sappiate che il Galles è una nazione costitutiva all’interno di un’unione politica (assieme a Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord) chiamata Regno unito, con un governo locale (istituito nel 1996, assieme a quello scozzese). 
   La letteratura gallese moderno-contemporanea è un po’ stagnante. La cultura inglese è stata abbastanza soverchiante, ma curiosamente la lingua gallese (Cymraeg, pronunciato [kəmˈrɑːɨɡ], grossomodo “chemraik”) si è conservata molto meglio del cornico (estinto alla fine del XVIII secolo e rivitalizzato dal secolo scorso) o del gaelico, parlato da circa 70.000 persone principalmente nelle isole Ebridi. I parlanti gallese si aggirano intorno ai tre milioni, e sono in crescita grazie alle politiche di sostegno culturale degli ultimi anni. La lingua gallese è una lingua celtica-p, o brittonica, assieme a cornico e bretone, con le quali è mutualmente intelligibile. Con le altre lingue celtiche presenta fenomeni che fanno venire i capelli bianchi solo a sentirli nominare, come la lenizione. il verbo in prima posizione etc. A differenza delle lingue goideliche (ovvero irlandese, mannese e gaelico), il gallese presenta un sistema di scrittura più o meno fonetico (in pratica: così scrivi, così leggi). Sembra una nota a favore, ma non compensa affatto l’assoluto caos che si può creare quando ci si trova a dover leggere. Prendete per esempio questo toponimo: 
Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch 
  
Il toponimo più lungo in Europa e il terzo al mondo. Il significato è questo: Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tysilio nei pressi della caverna rossa). La pronuncia in alfabeto fonetico ve la trascrivo volentieri: [ˌɬanvairˌpuɬɡwɨ̞ŋˌɡɨ̞ɬɡoˌɡɛrəˌχwərnˌdrobuɬˌɬantɨ̞ˌsiljoˌɡoɡoˈɡoːχ], ma non chiedetemi di scrivere la pronuncia approssimata in italiano perché non credo di esserne capace! La lettera (scritta ll, una doppia l che viene considerata lettera singola nell’alfabeto gallese), va pronunciata come il suono “sch” di Paperino, ovvero appoggiando la punta della lingua sul palato e soffiando, così che l’aria faccia tremare i lati della lingua. Anche se la grafia fa sembrare il nome impronunciabile, a sentirlo pronunciato non sembra neanche troppo strano.

   Una curiosità interessante: il morfema iniziale, “Llan-” compare in tantissimi toponimi gallesi, e si traduce con “chiesa”, il suo etimo è celtico, a differenza di quanto accade nella maggior parte delle lingue europee, incluso il gaelico, dove la parola per chiesa viene presa dal greco ἐκκλησία (ekklēsia). Era una parola che anticamente designava un luogo sacro, e pare che sia contenuta nel nome della città di Milano, il cui significato potrebbe essere “Santuario di mezzo” Med-lan, da cui il latino Mediolanum (con il prefisso Med- di probabile derivazione indeuropea e significante appunto metà/mezzo). Ma alcuni studiosi che la pensano diversamente sostengono che questa sia una bischerata. 
   Se qualcuno di voi è interessato alle lingue celtiche, come il sottoscritto, vi consiglio sempre i libri della serie Teach Yourself. L’anno scorso ho comprato su Amazon Essential Welsh Grammar, un testo completo di esercizi e soluzioni degli stessi. Per chi è abbastanza tenace da studiare da autodidatta è la scelta migliore.
   Ho accennato prima al fatto che la letteratura gallese non passa attraverso un periodo di fioritura da qualche secolo a questa parte, ma nella sua fase medievale, per contro, era tra le più ricche in Europa. Molti eruditi del tempo scrivevano in latino, come il celeberrimo monaco Geoffrey of Monmouth autore dell’ancor più celeberrima Historia Regum Britanniae (Storia dei re di Britannia) scritta nel 1136, cronaca che narra in modo pseudo-storico della vita di Re Artù. E’ proprio Geoffrey a narrare nella forma moderna le celeberrime vicende di Uther  Pendragon, di Lady Igraine e del duca Gorlois, o del castello di Tintagel, o di Merlino e delle sue profezie. In una di queste, Merlino mostra due dragoni che lottano nel cuore di una montagna sulla quale un re, invano, tentava di costruire un castello che seguitava a crollare. I draghi erano uno rosso e uno bianco, e quello bianco (che nel linguaggio profetico simboleggia gli anglosassoni invasori), dopo un’iniziale sconfitta, prevarrà sul rosso (simbolo dei britanni e usato oggi nella bandiera nazionale gallese).
  Il primo testo in cui compare un cenno alla figura di re Artù è sempre gallese, un poema encomiastico, scritto nel settimo secolo dopo Cristo, e intitolato Y Gododdin. Questo poema viene considerato il primo esempio di letteratura Gallese.
   Come per quasi tutti i testi letterari medievali di pregio che rischiano di far capire agli italiani che nel medioevo non esistevano solo Dante, Boccaccio e Petrarca, è quasi impossibile trovare le opere in traduzione italiana. Esiste però, e l’ho vista a circa 17€ a Milano nella Libreria Feltrinelli della stazione centrale, una traduzione dell’Historia di Geoffrey edita da Guanda. Al solito, per chi parla o capisce bene l’inglese ci viene in aiuto la Penguin, con i suoi classici economici. Edizioni niente affatto costose e davvero curate. Sempre su Amazon potete trovare The Hisotry of The King of Britain che vi consiglio caldamente di preferire all’edizione italiana, in quanto dotata di apparati e note davvero curati e completi, come di consuetudine per questa casa editrice che non mi ha mai deluso.
   Parlando di case editrici, ho notato con dispiacere, che ultimamente va di moda dare a stampa vagonate di classici in edizioni popolari, con copertine che ritraggono fotogrammi di filmacci, senza apparati critici e stampate con i piedi. A questo si aggiunge che i testi pubblicati sono sempre gli stessi, triti e ritriti: La Divina Commedia (ho dei conati ogni volta che la vedo su uno scaffale, e ve lo dice uno che si è imparato canti interi a memoria), I Miserabili, Anna Karenina, Uno, nessuno, centomila, Cime tempestose, Il ritratto di Dorian Gray, etc. Che si possono scaricare gratuitamente in e-book, e di cui si possono trovare decine di edizioni economiche ma comunque curate e annotate. Se a questi titoli si aggiungesse qualcosa dal sapore meno stantio per i lettori italiani, forse non ci sarebbe così da lamentarsi dello stato penoso in cui riversa la grande editoria.

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