Northwest Highlands

Sto cercando di farmi coraggio e trovare un punta da cui cominciare.

La settimana prossima sarò a Edimburgo per l’inizio dell’università, e per concludere in bellezza questo agosto scozzese mi sono concesso una gita di due giorni nelle Highlands del nord-ovest. La Scozia in totale è larga circa il quadruplo della lombardia, incluse le isole, per cui non è affatto impossibile vedere molto in periodi di tempo limitati. La porzione di territorio denominato North-west Highlands è quel corno estremo del Paese che si estende oltre il Caledonian Channel, ovvero quella serie di laghi (tra cui Loch Ness) e canali che si estendono dal nord-est al sud-ovest tagliando il paese in due.
Dal sud del parco nazionale dei Cairngorms, dove abitiamo, abbiamo preso l’autostrada per Inverness, bellissima città che non ho ancora visitato a fondo, considerata la capitale delle Highlands scozzesi. Da Inverness abbiamo risalito la costa orientale, più bassa e uniforme di quella occidentale, caratterizzata da campi e pascoli che arrivano fin sull’orlo delle basse scogliere. Ci siamo fermati a Dunrobin Castle, una trappola per turisti costosissima che sono riuscito a fotografare malgrado il biglietto dal prezzo astronomico che ho rifiutato di pagare, grazie al basso muretto del giardino sul retro. Lo sconsiglio caldamente. Capisco che è bello, ricorda un castello di fiaba, etc., ma ci sono castelli fiabeschi molto più belli in Germania e nella valle della Loira, questo al confronto fa pena, ed è davvero recente. La Scozia è ben altro. E solitamente questo ben altro è gratis. Non fatevi fregare.
Da qui abbiamo raggiunto Wick, una piccola cittadina sonnacchiosa e non troppo bella. La mia passione per questo paese è ben nota, ma questo non mi impedisce di vederne le brutture con occhi disincantati: in questi angoli remoti c’è parecchia povertà, problemi sociali diffusi e una generalizzata sfiducia in sé stessi nei membri delle nuove generazioni. Nel sistema di classe britannico, c’è posto perfino per le etichette giovanili, e qui in Scozia i figli delle classi operaie si definisco NEDs (Non-Educated Delinquents). Il loro abbigliamento è un po’ quello dei rapper da ghetto americano: vestiti larghi (spesso tute, che in Gran Bretagna sono considerate oscene!), molto trucco pesante per le ragazze, berretti…e il loro atteggiamento è molto gregario, sfociante spesso nella delinquenza. Parlano con accenti sgrammaticati (usano do anche per la terza persona plurale anziché does e altre amenità del genere) e ostentano un atteggiamento spaccone. La mancanza di divertimenti sani nei dintorni, li porta a darsi all’alcol (se non alla droga) e al sesso non protetto. Le gravidanze giovani sono molto frequenti. Purtroppo il turismo non ha portato abbastanza ricchezza in questi luoghi remoti e le popolazioni locali devono affrontare seri problemi.
Passato Wick ci siamo mossi verso l’estremo nord, a John o’ Groats, l’ultimo avamposto della Gran Bretagna (insieme a Land’s End in Cornovaglia, che ho visitato tre anni fa). Da qui si intravedevano in lontananza le isole Orcadi, e alcune compagnie locali organizzano gite in giornata su piccole barche durante le quali si possono vedere, se si è fortunati, orche e balene. La zona dal punto di vista paesaggistico non è esattamente sorprendente: un tantino piatta e scarna…ma la sensazione di trovarsi così in alto, sull’orlo dell’oceano, è davvero forte.
Per la notte ci siamo fermati al Royal Hotel di Thurso, che ha dispetto del nome non è affatto regale, è anzi un B&B più economico di certi ostelli, con il vantaggio che le camere sono private e il servizio è migliore. Thurso è una cittadina graziosa, con alcuni angoli un po’ stonati (i soliti edifici moderni anni ’60 che rovinano tutto), ma in compenso è stata una sorpresa piacevole, essendo così sperduta sulla costa nord di Caithness. Passeggiando la sera siamo stati sorpresi dalla banda del paese che si esibiva per strada con le cornamuse.
   Era sabato sera, e una volta rientrati per riposare e ricaricarci in vista della giornata piena che ci attendeva…abbiamo avuto una spiacevole sorpresa, e capito davvero fin a dove può arrivare il disagio sociale in questi posti isolati.
Verso le undici di sera alcuni ragazzi hanno iniziato a fare su e giù per i corridoi, sbattendo porte, urlando e dicendo parolacce. Eravamo già appisolati, ma presto ci siamo svegliati anche perché fuori in strada stava succedendo il finimondo: bande di ragazzini si riversavano per la strada, molti di loro ubriachi, urlando come dei pazzi e facendo un chiasso che non ho mai sentito nemmeno nel centro di milano. Alcuni hanno bussato dicendo “room service”, e quando ho urlato “shut up” uno di loro ha preso a colpire violentemente la nostra porta dicendo “Who the fuck did say shut up?”…abbiamo chiamato la sicurezza che li ha allontanati, e abbiamo appreso che molti di loro venivano dalle campagne nei dintorni e rimanevano in paese per il week end così da potersi svagare. Bello svago davvero.

Il giorno dopo, grazie ad una super-colazione (almeno per i nostri standard) ci siamo lanciati verso ovest, percorrendo tutta la costa nord, passando attraverso paesaggi spettacolari, particolarmente una volta entrati nella contea di Sutherland (=terra del Sud, nome alquanto incongruo per noi, ma perfettamente logico perché dato a quei territori dai colonizzatori norvegesi, per i quali è perfettamente legittimo definire il nord della Scozia in quel modo!). Fiordi e scogliere si succedevano ad un ritmo crescente, con numerose isole sparse un po’ ovunque. Le nuvole correvano veloci e il sole colpiva spesso sprazzi di acqua poco profonda illuminandola di un bagliore turchese.

Kyle of Tongue è una località adagiata su di un fiordo circondato da alture. In lontananza si alzano monti maestosi e l’acuqa scura è attraversata da un ponte che permette di evitare un lungo giro intorno all’insenatura.
  
Loch Eriboll è stata una bellissima sorpresa: il più grande dei fiordi sulla costa nord, è circondato da un paesaggio idilliaco, che diventa drammatico man mano che si rientra dal mare e le montagne si fanno più ripide e scoscese. Sulla costa ovest del fiordo abbiamo incrociato un croft abitato da un’artista danese che lo ha adibito a museo-laboratorio, piantando nella brughiera numerose piante da frutto  e spargendo sculture strane un po’ ovunque. Superato il boschetto di alberi da frutto si giungeva sulla costa, fatta di rocce bianche, e con l’acqua di un colore quasi caraibico. L’aria era fresca e la temperatura ottimale, il che è stato una fortuna, perché aggirato il fiordo, al limitare della penisola, abbiamo trovato una spiaggia bianchissima.
La sabbia era finissima e bianca, l’acqua niente affatto profonda, e dai colori superbi, le colline tutt’intorno coperte di erba verde e gli scogli rossi e neri. La temperatura si avvicinava ai venti gradi, sarebbe stato possibilissimo fermarsi per un breve bagno, ma ci siamo limitati a percorrere l’immensa larghezza della baia liberata dall’acqua per la bassa marea.
  Da qui in poi abbiamo iniziato a scendere verso sud, attraverso l’imponente e maestosa costa occidentale, sicuramente la parte più drammatica e scenografica del paese. I fiordi sono innumerevoli, le isole sterminate, e i picchi si innalzano improvvisamente e si perdono nelle nuvole basse. Abbiamo attraversato le montagne dell’Assynt, una regione tra le più spettacolari, dove le montagne regalano paesaggi unici, e i numerosi laghi si incontrano col mare in una cascata di panorami che cambiano ad ogni metro. Ogni cinque minuti ci fermavamo per fare fotografie, ma nessuna di esse sembrava rappresentare realmente quello che stavamo guardano ad occhi nudo.
   I paesaggi erano irreali, sembravano dei fondali artificiali riportanti quelle immagini un po’ caricate tipiche degli sfondi predefiniti dei computer. I colori erano cangianti e le montagne andavano dal bruno all’arancione, al verde fino al blu! Le brughiere si stagliavano sterminate  e disseminate di laghi e stagni, cespugli di fiori e rocce mastodontiche. Non un anima nei paraggi se non le pecore e le mucche.
Fermatici sulle sponde di Loch Assynt, più a sud ma ancora terribilmente a nord se si cerca su una mappa, abbiamo ammirato una delle cose che più mi premeva vedere: le rovine di Ardvreck Castle, bruciato in circostanze misteriose nel XVIII secolo. Tra le sue rovine pare si aggirino due fantasmi, uno dei quali sarebbe quello di una bambina del clan McLeod, offerta in sacrificio al diavolo che avrebbe aiutato a costruire il castello. Nel lago invece sembra che abiti una sirena, altra giovane sfortunata che, promessa al diavolo, trovò rifugio nelle acque del loch.
Leggende a parte, trovo le rovine molto più “magiche” dei castelli ancora ben preservati e pieni di chincaglierie tamarre tipo porcellane e teste di animali appese ai muri. Non sono ugualmente soddisfacenti dal punto di vista estetico e delle proporzioni, ma hanno un fascino indubbio che ai castelli ben conservati manca del tutto. Tra l’altro l’unico segno di civiltà nei paraggi è la strada che costeggia il lago, per cui è facile sentirsi fuori dal tempo e far crollare le barriere della logica. Forse è per questo che così tante persone hanno visto e sentito la sirena cantare sulle rocce, o i fantasmi aggirarsi tra le rovine.
  
 A sud di Assynt si trova la contea di Wester Ross, in cui si trova la bellissima cittadina di Ullapool, che ho già visitato lo scorso gennaio sulla via per le Ebridi esterne. I negozi erano aperti sebbene fosse domenica (cosa davvero rara nell’estremo nord-ovest della Scozia, e io ne ho approfittato per comprare un libro che ho scoperto costare circa 300 sterline su Amazon, se preso usato!
  
E’ un testo con la copertina rigida sulla pronuncia del gaelico, e comprende dettagli davvero certosini sulla fonetica e la fonologia gaelica, con esercizi di pronuncia, note storiche e, dulcis in fundo, una massiccia sezione di trascrizioni fonetiche quale supporto per decifrare la pronuncia gaelica, che richiede davvero tutta la pazienza del mondo, in parte per la sua difficoltà intrinseca, in parte perché i parlanti gaelico non sono abituati alle pronunce straniere e quindi non sanno come un italiano o un francese “approssimeranno” i loro suoni così da poter capire. Noi per esempio sappiamo che i francesi non sanno dire la c- di ciao, ma se un francese dice sciao, scinque o scerto, riusciamo comunque a capire che in realtà intendono ciao, cinque e certo perché siamo abituati a sentire francesi che parlano in italiano alla TV, ma anche nella vita di tutti i giorni. Così, se i parlanti gaelico possono tollerare benissimo una grammatica pericolante, non possono assolutamente tollerare una pronuncia confusa e inaccurata, perché lo sforzo che devono fare per capire la prima è inferiore di quello richiesto per interpretare la seconda, dal momento che purtroppo non hanno molte occasioni di sentire italiani, francesi, o tedeschi discorrere nella loro lingua.
   
La maggior parte delle Highlands occidentali ha già adottato cartelli stradali in gaelico, così che i toponimi in inglese compaiono sotto agli originali gaelici. Così se si va per Loch Assynt, si leggerà sui cartelli “Loch Asaint”, oppure “Inbhir Theòrsa” per Thurso, e presto pare che tutta la Scozia verrà fornità di cartelli bilingui. Purtroppo il gaelico è fortemente minacciato, e mantenerlo in vita richiede numerose quantità di denaro e sforzi incrociati tra governo e popolazione, che spesso resiste ottusamente alla reintroduzione della propria lingua originaria a causa dello stigma associato per secoli al gaelico, considerato lingua rozza propria di barbari incivili. Sebbene non abbia ancora prodotto capolavori degni di Dante o Shakespeare, il gaelico è una lingua antichissima, e la sua tradizione scritta precede addirittura quella italiana. Per non parlare del fatto che, nonostante tutto, è davvero una lingua bellissima.
   Da Ullapool abbiamo raggiunto Inverness, dove abbiamo passato la serata passeggiando per le strade. Sembrava una Edimburgo in miniatura, davvero una bella città! Mentre passeggiavo riflettevo sui due giorni appena passati. Avevo sempre voluto visitare quegli angoli di mondo, e finalmente un altro di miei innumerevoli sogni si era realizzato. La cosa bella, però, è che non ho esaurito il carico immane di cosa da fare e da vedere. A parte il fatto che mi mancano ancora porzioni consistenti di Scozia da visitare (come le Orcadi, le Shetland e le Ebridi interne), ho preso tantissimi spunti per viaggi futuri nelle stesse aree. C’è fin troppo perché un viaggio (o cinque, come nel mio caso) possa bastare!

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