Tre tesori da aggiungere al forziere

     Ieri mi sono lasciato alle spalle l’esame che più mi preoccupava questo semestre: “Ibsen, Brandes & Strindberg”, un “honours course” (corso del 4° e ultimo anno secondo il sistema dell’università di Edimburgo) che si è rivelato molto interessante ma anche ostico, essendo io al terzo anno di università, e non beneficiando di un anno passato in Scandinavia, a differenza dei miei colleghi locali. Leggere Brandes in danese è stato un calvario, ma mi ritengo soddisfatto di quello che il corso mi ha dato. Ho anche completato un saggio da 3000 parole sulla critica alla società in Hedda Gabler, opera teatrale di Ibsen, il quale apparentemente si è meritato la fascia più alta in sede di valutazione. E’ costato molta fatica ma ne sono piuttosto orgoglioso, e magari in futuro lo pubblicherò sul blog, anche se dubito che ai miei lettori possa importare un accidente di un testo di critica letteraria su denunce sociali in un’opera teatrale naturalista di fine ‘800. Vedremo.
 Il primo che vi consiglio caldamente è questo: The Sagas of Icelanders, Deluxe Edition, nella collana Penguin Classics, edito da Örnólfur Thorsson. Un volumazzo da 780 pagine che ha il pregio di includere introduzioni, appendici, cartine, glossari, illustrazioni e tavole genealogiche a una selezione di Saghe e racconti minori difficilmente reperibili in una raccolta unica di questo tipo e a questo prezzo. Parliamo di 14.99£. Davvero poco per un testo di questo tipo. Non dimentichiamo che in traduzione italiana, per gli appassionati di saghe nordiche c’è davvero poco da fare. La copertina non è rigida, cosa che contribuisce a rendere il prezzo abbordabile, ma il taglio delle pagine è stato fatto in modo da riprodurre quello grezzo dei manoscritti medievali. Lo trovo davvero figo. La selezione di saghe include, per chi cercasse qualcosa in particolare, la Egil’s Saga, la Saga delle genti di Vatnsdal, la Saga delle genti di Laxardal, la Saga di Hrafnkel Frey’s Godi (disponibile anche in italiano tradotto da Iperborea), la Saga di Gunnlaug lingua-di-serpente, la Saga dei Groenlandesi, e la Saga di Eirik il Rosso, oltre a qualche altra meno famosa e a una serie di racconti minori.
Trovo la sezione delle “References” davvero ben fatta, anche se non include nulla che testi specialistici sull’Islanda medievale già non dicano (in un mio vecchio post ho parlato di “La stirpe di Odino, la civiltà vichinga in Islanda”, per chi fosse interessato dateci un’occhiata). Per chi non è un’esperto di medioevo islandese direi che è un valore aggiunto rispetto alla lettura pura e semplice delle saghe, che richiedono un minimo di conoscenza del background storico per poter essere apprezzate a pieno. La traduzione è in inglese, ovviamente, e da quello che ho visto mi sembra ben fatta, in fin dei conti si tratta di traduzioni recenti, perché il pregio di questo libro è di non essere un semplice puzzle di vecchie edizioni di fine ‘800 che usano un inglese antiquato e pedante. Spesso su Amazon si trovano moltissimi testi di questo tipo: ristampe con una copertina moderna di copie scansionate di libri del secolo scorso, o di quello prima ancora. Trovo personalmente che per certi versi sia un lavoro onorevole, perché salva lavori i quali, sebbene possano essere superati e per questo nessuno si occupa più di ristamparli. meritano una lettura da parte degli appassionati. Dall’altro verso, trovo anche che in molti casi iniziative di questo tipo si prestino fin troppo bene per la spennatura spietata degli allocchi. Tali libri senza copyright dovrebbero essere gratuiti in forma digitale e costare pochi euro a fronte di una spesa di carta e inchiostro nell’ordine dei centesimi da parte dell’editore. E invece si trovano venduti a prezzi che superano abbondantemente i 20€, e riportano didascalie, nella pagina di Amazon, dove si mette in guardia l’acquirente sulla possibile presenza di refusi, pagine mancanti etc. Poi l’ignaro entusiasta si trova recapitato un libro stampato su carta moderna di copie scansionate di libercolini che a causa dell’eccessiva dilatazione dei caratteri appaiono sgranate, sbiadite e illeggibili. Non fatevi fregare.
     

     Adesso passiamo a est dell’oceano Atlantico e ci spostiamo in Galles, un grande assente non solo nel mio blog, ma nell’immaginario collettivo di gran parte dell’Europa. Se la Scozia ha la fortuna, qualche volta, di essere per lo meno concepita come un entità separata dall’Inghilterra, al Galles tocca la sorte di essere dimenticato completamente al punto che spesso la gente non sa nemmeno individuarlo sulla cartina. Per secoli gli studiosi hanno creduto che a seguito delle invasioni anglo-sassoni del V/VI secolo d.C., le popolazioni autoctone della Britannia fossero state spinte a Ovest, nei territori di quelli che poi sarebbero diventati il ducato di Cornovaglia e il principato di Galles. Quei territori, insomma, dove erano sopravvissute lingue celtiche discendenti dal Brittonico, parlato ai tempi della dominazione romana. Indagini genetiche e archeologiche hanno però rivelato che non è andata proprio così, infatti il patrimonio genetico degli inglesi non è nettamente distinto da quello dei loro vicini celti, il che prova come non ci sia stata nessuna pulizia etnica o diaspora celtica, ma una lenta assimilazione. La sopravvivenza del Gallese e del Cornico (ufficialmente lingua morta dal 1700, con della morte dell’ultima parlante madrelingua, ma tutt’ora studiato in università e parlato da appassionati e patrioti) ha davvero del miracoloso se pensiamo come una nazione così politicamente affermata come la Scozia abbia quasi totalmente perso il suo Gaelico. Il gallese oggi è materia di studio obbligatoria sia a scuola sia in università, è usatissimo a tutti i livelli della vita delle persone e non è particolarmente minacciato. In quanto lingua nazionale di un popolo orgoglioso delle proprie radici, il gallese ha prodotto una letteratura distinta fin da tempi remotissimi, che ha conosciuto una diffusione a livello europeo davvero eccezionale. Basti pensare al ciclo arturiano, che qualcuno mi deve spiegare come mai Daniele Bossari, in una puntata di mistero sulla spada nella roccia, abbia definito come tradizione scozzese, quando è universalmente riconosciuto come il più importante e prestigioso elemento culturale della cultura gallese. Addirittura, in un saggio che lessi anni fa e che purtroppo non ho sottomano, degli archeologi hanno dimostrato come gli eventi che gli autori successivi hanno rappresentato su scala vasta includendo tutta l’isola della Gran Bretagna, abbiano in realtà interessato solo la penisola Gallese, e come molte delle incongruenze geografiche si spieghino se trasferite sulla realtà geografica più limitata del piccolo principato.

     La letteratura gallese medievale ha prodotto capolavori anche in latino, come l’opera pseudo-storica e semi-encomiastica Historia Regum Britanniæ, del monaco gallese Goffredo di Monmouth, di fatto la prima opera che riporta il mito arturiano così come lo conosciamo oggi, con la storia delle profezie di Merlino, del ritrovamento dei due draghi che causano il crollo delle fondamenta del castello che Vortigern sta cercando di costruire e compagnia bella.
     Il libro di cui voglio parlarvi, è stato datato dai filologi intorno al 1100, anche se i manoscritti che lo riportano risalgono a circa due secoli dopo. Si tratta del Mabinogion (prinunciato mabinòghion [mabɪˈnɔɡjɔn]), raccolta di testi in prosa davvero stupefacente. Il titolo rappresenta un rompicapo nella sua provenienza, anche se possiamo dire con certezza che sia nato da un errore nella prima traduzione in lingua inglese ad opera di Lady Guest: siccome quattro dei racconti terminano con l’espressione “…e qui si conclude la prima/seconda/terza/quarta branca (parte) del mabinogi”, la traduttrice ha creduto, incontrando la parola mabinogion, che fosse il plurale di questo mabinogi, che gli esperti non sono ancora riusciti a stabilire cosa significhi.
     Alcuni dei testi riportano tradizioni risalenti addirittura all’età del ferro, sono presenti analogie con cicli mitologici irlandesi, e ovviamente non mancano i riferimenti al ciclo arturiano. In questa nuova traduzione che vi consiglio sono presenti note, introduzione, una mappa ( ❤ ) del Galles, suggerimenti per la pronuncia, indice di nomi e luoghi, e glossario. Insomma, un’edizione davvero completa e curata (come di consuetudine per la Oxford World’s Classic). 
     L’ultimo libercolo del quale voglio un po’ vantarmi, è un’edizione in lingua originale con un abbondantissimo apparato di note linguistiche e filologiche della seconda parte del Mabinogi, ovvero il Mabinogi di Branwen, figlia di Llyr (Branwen uerch Lyr nell’originale, ma Branwen ferch Llŷr in gallese moderno). Il prezzo di copertina per questo libbricino da poco più di 100 pagine, era la bellezza di 25£, ma visto che faceva la muffa nella libreria Blackwell’s di South Bridge ormai da anni, hanno pensato bene di ridurre il prezzo a 12£, per cui, ovviamente, mi ci sono fiondato sopra come un cane randagio morto di fame su una bistecca fiorentina. Sono orgoglioso di poter aggiungere un pezzo del genere alla mia libreria personale, specialmente perché si tratta di un’edizione prestigiosa curata dalla scuola di studi celtici del Dublin Institute for Advanced Studies.
Direi che è un libro più da esperti o, nel mio caso, da malati di mente, e il suo valore non risiede tanto nella presenza del testo originale, visto che sono davvero pochi quelli che possono dire di padroneggiare il gallese medievale, quanto nelle note storiche e nei glossari, che fanno la gioia di chi è sempre a caccia di notizie curiose e fatti sulle vicissitudini di questi capolavori letterari la cui lettura è negata ai più nel nostro paese, non tanto per la difficoltà quanto per le scelte di marketing delle case editrici che preferiscono scommettere su romanzi erotici e fantasy-spazzatura.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Enrico ha detto:

    Wow che blog stupendo!Complimenti per il post.Volevo aggiungere che è verissimo, le traduzioni italiane di testi di questo genere sono pochissime! Sono riuscito a trovare a mala pena l'Edda di Snorri e il Kalevala. Ho notato che negli anni 70 era nato l'intesse di alcune case editrici che avevano pubblicato manuali di mitologia norrena e affini, ma ora quei volumi sono introvabili, naturalmente fuori commercio.Complimenti ancora per il blog, a presto!

  2. Roberto Pagani ha detto:

    Grazie per il tuo commento!Mi fa piacere che apprezzi. Sì, io ho quasi subito abbandonato ogni tentativo di reperire materiale in italiano: è una battaglia persa. Molto più rapido e profittevole irrobustire il proprio inglese e trovare i testi in questa lingua, che sono sempre molto economici ed editi in modo rigoroso e completo.Torna a leggermi in futuro!

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