Celtomania e Celtofobia

Una  riflessione che ho fatto tempo fa e che ho deciso di mettere per iscritto dopo aver scovato per caso, mentre cercavo un brano popolare gaelico, il sito di un’artista originaria di Napoli che ha registrato brani di musica “celtica”. L’artista in questione, nella sua bio che potete leggere in questo link al suo sito ufficiale, sostiene che;

[…]spinta da una forte ed innata passione, nel 1996 comincia a dedicarsi alla ricerca e allo studio della musica, della spiritualità e della lingua celtica.

Almeno tre cose non quadrano in questa proposizione, e le vedremo tra poco. Per adesso basti tenere a mente che questo è solo un preambolo a un discorso sulla cosiddetta “celtomania”, follia ottocentesca pacchiana che presenta parecchie zone oscure, e molto spesso malcelate teorie razziali. Ne voglio parlare perché, lo ammetto a malincuore, ogni parola che abbia come radice celt- mi irrita come non mai. E il motivo è che tutti se ne riempiono la bocca, compresi una legione di ciarlatani che vanno in giro per boschi e feste di paese con croci intrecciate appese al collo.
La celtomania scoppia, per così dire, tra il 1700 e il 1800, e sebbene non ne fossero l’unica causa, i Poemi di Ossian di MacPherson ne sono stati con tutta probabilità la scintilla. Con l’emergere della sensibilità romantica, si ricercarono un po’ in tutta Europa delle mitologie fondanti che giustificassero i crescenti sentimenti nazionalisti, e i poemi di Ossian furono il primo fulgido esempio delle cretinata a cui può arrivare anche il dotto più erudito quando c’è di mezzo la sua identità.
     Prima dell’Ossian, le Highlands scozzesi erano poco più che distese improduttive in mano a nobili che avevano spesso la sede e i cocomeri in Inghilterra o in qualche luogo meno inospitale, e che traevano profitti enormi sulle spalle di contadini ignoranti e malnutriti. Una terra di barbarie e di povertà insomma, almeno finché MacPherson, allora insegnante in un distretto della regione, iniziò a raccogliere e a tradurre canti popolari gaelici, e seguendo l’incoraggiamento di alcuni estimatori, creò (molti dicono di sana pianta) una fittizia traduzione in prosa da un manoscritto originale gaelico (che non ha mai visto nessuno, ndr) riportante i poemi scritti dal leggendario bardo Ossian. Trevor-Roper sotiene (e con lui molti altri) che MacPherson avesse scopiazzato le tradizioni irlandese, trapiantandole in terra scozzese e insinuando poi l’idea che fossero stati gli irlandesi a plagiare l’antica tradizione scozzese. Tutte queste menate sono nate dal fatto che il lavoro di MacPherson ha conferito un certo lustro all’immagine delle Highlands, tant’è che il fittizio Ossian venne paragonato al greco Omero e i suoi poemi a quelli del poeta greco, e vuoi perché tanti scozzesi discendessero da famiglie di Highlanders, vuoi che per il mito del buon selvaggio le Highlands esercitavano un fascino primordiale e magico, il lavoro di MacPherson esplose come una bomba atomica in tutto il continente. Traduzioni in tutte le lingue comparirono prestissimo (compresa quella italiana), e la loro atmosfera esercito sui contemporanei lo stesso fascino che esercita su di noi Il signore degli anelli, o Harry Potter:  richiama un passato mistico, panorami nebbiosi, scogliere frastagliate e bracci di mare disseminati di isole, fortezze e montagne misteriose, capanne in piccoli villaggi in stile Asterix, con bardi che suonavano l’arpa e suonatori di cornamusa, maghi e streghe, guerrieri valorosi, belle donne dalla carnagione pallida e i capelli rossi, mostri marini, creature incantate e quant’altro.
Ovviamente sono tutte pacchianate, ma pacchianate belle, non lo si può negare, e nel sette/ottocento ,come oggi per 50 Shades of Grey, saltò fuori qualche esperto con la coda di paglia per giustificare il suo interesse per queste cose triviali scovando qualche argomentazione dotta per giustificarsi. Attorno a questo tema, ovvero l’esplosione della celtomania, sono stati sprecati vagoni di carta, e altrettanti ne sono stati usati per mettere in luce gli errori storici che fatichiamo ad accantonare. Posto che non c’è niente di male nello sbavare di fronte ai panorami scozzesi, la cosa diventa un po’ patetica quando uno ne diventa invasato, e inizia a collezionare artigianato celtico made in china, corni per alcolici, tuniche e CD di musica celtica, o quando inizia a frequentare qualche circolo neo-pagano per poi sposarsi davanti a un Druido moderno considerandosi l’erede di una tradizione pre-romana.Giù le mani, signori e signori, tutto questo non è altro che un’accozzaglia di fanfaronate romantiche adeguatamente abbellite e mistificate per poter spillar soldi ai gonzi. Se vi piacciono i panorami, le atmosfere e le tradizioni scozzesi, fatevi un viaggio in Scozia, anziché comprare paccottiglia. Il problema è che paccottiglia o no, tantissima gente, sia nel Nord Italia sia nel Sud, la preferisci alle tradizioni mediterranee. I boschi e i torrenti, e la gente introversa con la tunica che suona il flauto in piccole radure nelle valli a molti piacciono di più delle rive impestate di ombrelloni e musica fracassa-timpani, o alle strade congestionate per il sopraggiungere di un mercato rionale dove si vendono olive e mozzarelle.
-N.B: non intendo dare un giudizio morale rispetto all’una o all’altra parte, ma solamente mostrare quello che ritengo essere il punto di vista dei celtomani-
Dico che è un problema perché logicamente si tratta di un’identità che le persone hanno il diritto di scegliersi, ma che non è consolidata quasi da nessuna parte, col risultato che viene spesso esasperata e assume colori razzisti. L’on. Borghezio disse in un discorso “noi, che siamo Celti e Longobardi, non siamo merdaccia levantina o mediterranea!”
Il bisogno di asserire con toni così forti la propria identità è sempre dovuto alla debolezza intriseca di questa. Se il signor Borghezio fosse veramente sicuro di quello che dice non avrebbe affatto bisogno di rimarcarlo, né di contrapporsi ai levantini o ai mediterranei.

A prescindere da queste considerazioni, posto che le razze per gli umani non esistono in quanto seppur le variazioni esteriori appaiano molto evidenti, quelle del DNA non sono tali da giustificare distinzioni di razza, bisogna ammettere che nemmeno un’etnia celtica propriamente detta sia mai esistita. E nemmeno i celti così come li intendiamo noi. La parola Celti, il cui etimo è tutt’ora oscuro, emerge come termine improprio per descrivere il ramo linguistico indo-europeo a cui appartengono le lingue autoctone delle isole britanniche. E che il termine sia improprio non lo dico io, ma l’archeologia e la storia: nessun abitante di Irlanda o Gran Bretagna si è mai definito “Celta” prima dell’esplosione dei nazionalismi che hanno mutuato il termine appunto dall’ormai consolidato termine scelto arbitrariamente. Se chiedete a un irlandese un po’ smaliziato dell’identità celtica, molto probabilmente vi dirà che sono tutte frignacce che vengono portate avanti solo perché attirano turisti. Ho già parlato in un mio vecchio post dell’irritazione che mi causò la presenza di celt-tutto per le strade di dublino: gioielli celtici, pub celtici, vestiti celtici, cessi pubblici celtici…ormai questa parola mi dà sui nervi.
Celta, celtico, celti sono parole che suonano bene, perché evocano gli scenari di cui parlavo prima, e a irlandesi e scozzesi piace di più essere associati a quelli piuttosto che alla piaga delle patate. Così come piace di più a Borghezio che non si identifica nella cultura mediterranea. Tuttavia, i Celti/Galli propriamente detti popolarono soltanto un’area che va dal nord-Italia alla Francia centrale, e nemmeno loro si consideravano un popolo omogeneo; erano infatti una pletora di tribù in conflitto, e spesso parlavano varietà linguistiche non comprensibili le une alle altre. La loro cultura presenta ovviamente grosse affinità, per religione, per usi e per motivi artistici, che ne giustificano il raggruppamento, altrimenti l’archeologia non avrebbe mantenuto un termine improprio così a lungo. Il fatto è che bisognerebbe sempre tenere presente che tale termine è una definizione a ombrello che nasconde una realtà molto più variegata ed eterogenea dal punto di vista etnico, linguistico e culturale.
     Adesso veniamo al lato etnico che è quello che più dovrebbe indignarci: i celti non hanno mai costituito un’unità etnica, le tracce genetiche lasciate sono state esigue perché essi, in quanto invasori indoeuropei, non erano in maggioranza e non hanno fatto altro che mescolarsi con le donne locali, la vicinanza genetica (pensate al famoso R1b che tirano sempre in ballo) è dovuta non tanto ai “celti” ma alle popolazioni che li hanno preceduti. Il fatto che i baschi abbiano tanti geni in comune con gli irlandesi è dovuto all’emigrazione di popolazioni dall’Iberia all’Irlanda dopo l’ultima glaciazione, e non all’arrivo di “celti” in ambo le zone. Le poche fonti romane che li descrivono tendono a sottolinearne dei tratti che li avvicinano di più ai nordici che non a quelli che oggigiorno sono i “celti” per eccellenza, ovvero le popolazioni parlanti lingue celtiche, come i Gallesi o i Gaeli di Scozia. Una possibile spiegazione di questa discrepanza sta nel fatto che una certa presenza di biondi fosse naturalmente più presente tra le tribù galliche rispetto a quelle italiche, e che in aggiunta essi avevano l’uso di decolorarsi i capelli con urina bovina. E’ anche abbastanza ovvio che in un battaglione di milioni di scuri, basta che ne vedi due chiari e subito l’attenzione dell’occhio si catalizza su di loro (e vale anche la viceversa!). E’ probabile che i romani notassero di più i capelli biondi e attribuissero loro un valore numerico eccessivo, così come noi oggi pensiamo che tutti i tedeschi siano biondi quando in realtà perfino tra di loro la capigliatura bionda è in minoranza rispetto alle altre. Biondi o meno, la cultura celtica (intesa qui come quella che gli archeologi chiamano cultura di Hallstatt e di La Tène) fosse appunto una cultura materiale e religiosa, e non il frutto di un’espansione a macchia d’olio da parte di un’etnia omogenea. Il fatto che l’uso dell’inglese e di costumi occidentali abbia raggiunto l’est, non giustifica accorpamenti etnici (figuriamoci razziali!) tra Europa ed estremo oriente.

Oggi, se uno si sente, o vuole sentirsi un celta (qualunque cosa questo termine voglia dire), è liberissimo di farlo, e se un gruppo sufficientemente ampio di persone decide di auto-proclamarsi celtico è giusto che il resto dell’umana razza ne prenda atto serenamente, senza canzonamenti o derisioni, perché il non portare rispetto all’identità che le persone si scelgono porta queste ad esasperarne i tratti e a discriminare chi è diverso da loro per sentirsi più forti e sicuri di chi non è parte del loro gruppo. Forse, l’accettare serenamente che la gente sia quello che decide di essere piuttosto che forzarla a essere italiana, cristiana, e mangia-pizza, sarebbe un buon modo per prevenire quel costante rimescolamento storico di fatti e bugie fatto soltanto per servire le manie identitarie di chi si sente minacciato.

Detto questo, per tornare al principio di questo articolo, vorrei chiedere alla signora Partini, cosa intende per musica celtica, visto che tra i pezzi del suo repertorio ho trovato un canto popolare inglese (Scarborough Fair) e addirittura un madrigale d’amore scritto da Enrico VIII (Greensleeves). Anche la musica folk gaelica mal si adatta a una definizione del genere: celtica qui è soltanto un modo di ammantare il tutto con le varie associazioni che il termine ci porta a fare. In altre parole, le peggio schifezze (e non parlo della musica, tra l’altro apprezzabile, della signora Partini!) appaiono ai nostri occhi in quanto piccoli tesori se qualcuno ci appiccica l’aggettivo “celtico”.
Riguardo allo “studio della spiritualità”, storici e archeologi ne sanno veramente, ma veramente poco, dal momento che le tribù celtiche rifiutavano la scrittura, quindi su cosa ha studiato la musicista?
Il dettaglio che più mi ha allarmato, però, è la “lingua celtica”, fermo restando che -l’ho detto sopra- celtico è un aggettivo di comodo per descrivere un gruppo linguistico, a quale lingua celtica in particolare si riferisce, la signora? Le lingue celtiche al dì d’oggi sono: Bretone, Cornico, Gaelico, Gallese, Irlandese, Mannese. Può essere che le studi tutte? Non sono proprio mutualmente intelligibili, né facilmente studiabili, per cui è da escludere che se le sia studiate tutte. Per cui la domanda sorge: cosa ha studiato esattamente  la Partini?

Forse il Gaelico scozzese, vista la frequenza con cui compaiono canti in tale lingua nel repertorio. Ma ascoltando le incisioni, nonostante l’indubbia abilità musicale che non metto in discussione e non mi permetterei di farlo, uno ha la sensazione che se proprio ha studiato il Gaelico, comunque non l’ha fatto proprio bene. Anche solo per il fatto che si riferisce ad esso chiamandolo “LA lingua celtica”. Saremme come dire “ho studiato la lingua romanza”, lasciando a noi il dubbio su quale lingua abbia studiato tra italiano, francese, portoghese, ladino, spagnolo, rumeno, lombardo, siciliano etc., una definizione profondamente scorretta dal punto di vista linguistico. Io ho seguito un corso introduttivo all’università di Edimburgo tenuto da una musicista madrelingua gaelica, piuttosto popolare nel suo ambiente: Rona Wilkie. Non sono diventato fluente, ma almeno imparato a leggere.

Su Deezer, è possibile ascoltare in streaming i brani dell’album My Gaelic Heart, in cui vi invito ad ascoltare il terzo: Bhon chuir mo leannan cùlaibh rium/Cha tèid e leam a dhannsa , che anche nella mia classe ci avevano insegnato a cantare. La pronuncia approssimativa in italiano dello standard che si trova su praticamente ogni libro sarebbe “von hur mo lànan cùlev rum/ Ha cé ge lùm e ghàunse”. La signora Partini pronuncia la  che precede consonante e non è seguita da vocale, non come /au/, secondo la pronuncia standard, ma alternativamente come /ɵʉ/,/ɘː/,/ɵy/ (che non vi sembrano astruse solo perché, magari, non conoscete l’alfabeto fonetico internazionale, ma anche perché lo sono oggettivamente in quanto estranee al sistema fonetico del gaelico!). La pronuncia di leam (=”con me” – pronome preposizionale) sembra suoni “lam” nell’incisione della Partini, ma quel pronome (a meno che io, la mia ex-insegnante, e il dizionario Gaelico di MacLennan non stiamo prendendo una cantonata e a meno che lei non abbia imparato qualche strano dialetto che non conosco) ha una pronuncia particolare per cui suona più come “lé-um” (in modo molto approssimativo). In effetti, in alcune strofe sembra pronunciarlo proprio così, salvo immediatamente dopo ripeterlo con un “a” un po’ brutale e molto marcata.[NB. Questo ultimo passaggio vi dà un’idea di come i linguisti o aspiranti tali occupino la loro mente: capaci di perdere delle serate a discutere sull’apertura delle vocali nei dialetti emiliani. Sembra folle ma vi assicuro che per noi altri sono argomenti irresistibili!]

Finezze storico-linguistiche a parte, la signora Partini è sicuramente appassionata di quella cultura “celtica” fittizia nata a seguito dell’esplosione celtomane dell’ottocento. Non dico che ne sia vittima perché sicuramente ha fatto le sue scelte rispetto a cosa appassionarsi, e ha tutto il diritto di fare e dire quello che preferisce rispetto a musica e lingua “celtica”, ma ritengo che non sia sbagliato evidenziare certe incongruenze o inesattezze, perché c’è gente, come Borghezio, che su queste cose ci marcia non poco.

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