Io conferenziere (delle banane)

 
 Cremona la definisco spesso una città culturalmente morta. Un giudizio drastico, e anche un po’ ingiusto. Le manca quel respiro internazionale che permette di discriminare tra i talenti e gli impiastri, quello sì, ma ciò non toglie che qualche  punta di spicco non emerga di tanto in tanto. Un grosso assaggio di mondialità lo si ha ad ottobre, grazie all’esposizione internazionale di liuteria, che attira maestri liutai e artisti da tutto il mondo, ma durante l’anno questa dimensione manca alquanto, e spesso mi capita di lamentare la ristrettezza di prospettive dei miei concittadini. Pronti sempre ad elogiare il carciofo di turno solo per l’assenza di termini di paragone adeguati, ho sempre avuto un’idea poco generosa dei miei concittadini cremonesi. Io stesso, per esempio, suono il pianoforte (o suonavo) e l’ho sempre fatto con una discreta dedizione, e posso dire, senza timore di incensarmi, che avevo anche un certo talento musicale. Questo non mi ha comunque impedito di rimanere un mediocre totale in tale ambito. Conosco abbastanza bene grandi temi e questioni della musica classica ma non sono un esperto nel senso più assoluto. Eppure mi sono sempre trovato nell’imbarazzo di sentirmi elogiare o idolatrare da spettatori poco consapevoli. Molti miei concittadini coetanei ci sguazzano e si montano la testa, io mi sono sempre sentito un verme. Cosa che effettivamente ero, e che sarebbe apparsa in tutta la sua ovvietà se solo Cremona non fosse così piccola e profondamente snob.

     Fatta questa premessa, ho toccato con mano un’importante eccezione. Parlo di “Un’ora”, serie di letture e mini-conferenze organizzate all’ombra del Torrazzo e che sta avendo un successo più che discreto. La maggioranza di interventi, per ora, mi è parsa essere legata al contesto locale e dialettale, ma non sono mancati interventi di respiro più ampio e di carattere filosofico o educativo. Entusiasta dell’iniziativa, mi sono risolto a parteciparvi, e così è nata l’idea di tenere tre mini-conferenze da mezz’ora l’una sul mio campo di studio: i Paesi scandinavi. La prima l’ho tenuta due giorni fa, e sono stato davvero soddisfatto della risposta del pubblico. Ho proposto una panoramica storica sulla Scandinavia medievale e la sua letteratura, condita con aneddoti indimenticabili, come quello famoso sull’origine del nome Bluetooth dal re danese Araldo Denteblu. Ho anche portato tre letture, la parte dell’Edda in cui si spiega perché l’oro venga detto “riscatto della lontra”, brillante esempio di una kenning, metafora nordica, e antefatto alla saga dei Volsunghi/Nibelunghi, la parte della saga di Erik il rosso in cui viene scoperto il continente americano, e l’incipit della Voluspa. Il pubblico era sulla cinquantina di persone, cosa abbastanza incoraggiante, e ho potuto cogliere un certo interesse negli sguardi che avevo puntati addosso, il che mi fa ben sperare. Magari qualcuno di loro si leggerà qualcosa di scandinavo spinto dalla curiosità.

     Fortissimo il trafiletto sul giornale apparso il giorno dopo, in cui vengo dipinto come “giovane esperto di cultura scandinava”. O dei cocomeri, come ho pensato appena letto.
Ci saranno altri due incontri, come accenavo, e nel prossimo parlerò dell’autore Norvegese Ludvig Holberg, considerato padre della letteratura dano-norvegese moderna, con una lettura di uno stralcio della sua commedia teatrale “Erasmus Montanus, eller Rasmus Berg”. Una bella sberla agli ignoranti che si fanno incantare dai paroloni latineggianti.
     Sono davvero contento di avere questa occasione, non tanto per orgoglio personale, ma piuttosto perché mi permette di diffondere la conoscenza su argomenti ai quali tengo, o comunque incuriosire il pubblico e spingerlo ad allargare i suoi orizzonti verso il nord-Europa.

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