Apologia dell’inglese (?) di Renzi

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Non avrei mai creduto di trovarmi a controbattere a degli attacchi diretti a Renzi. Incredibile, ma lo sciacallaggio ipocrita degli ultimi giorni me lo impone.
Parliamoci chiaro. Renzi ha martoriato l’inglese per trenta interminabili minuti. Lo ha butchered (macellato) come direbbero gli stessi inglesi. La sua incompetenza nell’uso proficuo e dialettico di tale lingua è indiscutibile.Tuttavia!
Intanto una riflessione: siti di informazione e blog italiani traboccavano di insulti e prese per il culo vergognose degne delle peggio bettole intasate da villici medievali alla ricerca di qualche personaggio da mobbizzare e torturare sulla pubblica piazza. Articoli del genere nella stampa anglosassone non ne ho visto uno che fosse quello. Neanche nei più infimi tabloid/rotocalchi di bassa lega che vivono di notizie scandalo come questa. Perché secondo voi? Perché Renzi è una tale nullità che la stampa britannica non si prende nemmeno il disturbo di dedicargli un trafiletto in penultima pagina? Lo trovo poco credibile: l’Italia è alla presidenza europea in questo semestre, e i riflettori sono puntati sull’operato di Renzi per tantissime questioni.
La mia opinione, suffragata da una certa esperienza da antropologo amatoriale in terra britannica, è che gli inglesi hanno un atteggiamento diverso nei riguardi della loro lingua. Innanzitutto non la vedono (non la maggioranza almeno) come un megalite eterno ed immutabile. Anzi, la sua estrema flessibilità è uno dei punti che rendono l’inglese la lingua più di successo del pianeta. Sono abituati a vederla e sentirla storpiare. A qualcuno irrita, ma molti non ci danno troppo peso: se il messaggio passa, perché rodersi il fegato?
Noi abbiamo una mentalità riguardo alla lingua che è plasmata dall’idolatria dello studio di lingue morte e tenute in rigor mortis dallo zelo eccessivo dei pedanti: prima la grammatica! Assodato che questa rigidità è ciò che porta una lingua a collassare ed estinguersi per inadeguatezza (come accade per quegli animali che non trovan verso di evolversi afronte di situazioni ambientali in rapido mutamento), noi italiani ci ostiniamo  porre l’accento sull’uso corretto di tempi verbali ridondanti, plurali irregolari e flessioni suppletive, participi arcaici e superlativi latineggianti; col risultato che l’italiano è una lingua che a differenza dell’inglese, ti permette agevolmente di articolare discorsi perfetti sul piano formale della struttura grammaticale, senza che abbiano tuttavia uno straccio di contenuto. In inglese, però, è tutta un’altra storia.

A ben vedere, uno spettatore inglese un po’ confuso dagli strafalcioni di Renzi, a meno che non sia un simil-italiano bacchettone fissato con la distinzione tra less e fewer, formulerebbe un pensiero del genere:

“Ok, ci metto un po’ a collegare i pezzi tra un balbettamento e uno strafalcione, ma il senso lo sto capendo, certo che è davvero ammirevole che uno con così poco comando della lingua si sforzi così tanto di parlare per mezz’ora. Alla fine la sua lingua madre è ufficiale in europa e potrebbe affidarsi agli interpreti senza timore di essere considerato lavativo. Invece no, si sta sforzando di parlare la mia lingua. Io non sarei mai in grado di parlare trenta minuti in italiano come sta facendo lui”.

Stop.

Al massimo sarebbe entrato nel merito del contenuto, su cui si può discutere in un altra sede e non qui, perché non mi occupo di politica. Sicuramente avrà detto cose che alcuni riterranno ispirate e belle mentre altri considereranno vuote e retoriche, o scontate. A prescindere però dalla qualità del contenuto, è da registrare che quel tanto o poco che Renzi aveva da dire è passato.
L’atteggiamento bacchettone che porta a sciacallare e infierire sul corpo esanime di Renzi (dopo l’immane sforzo di loquire in una lingua che non conosce sulla politica europea, parlando di Meucci e citando a cazzo Leonardo) è lo stesso atteggiamento che porta i nostri ragazzi a non saper sputare uno straccio di frase in inglese pur avendo iniziato a studiare questa lingua già alla scuola per l’infanzia.
Ho avuto studenti di inglese che venivano da me con conoscenze zero. Il mio metodo è quello di affrontare la grammatica per sommi capi e buttarsi subito nell’ascolto e nel dialogo costante. Dopo tre mesetti questa gente partita da zero riusciva a già a ciacolare ad un livello intorno al B1. Gli errori di grammatica si correggono in itinere, come con i bambini, che prima dicono alla mamma di aver male ai *diti e detestare gli *uovi sodi, e poi imparano che si dice dita e uova sode. Magari dopo venti volte che uno glielo ripete, ma nel frattempo riescono comunque a comunicare con la madre dei loro problemi.
L’apprendimento delle lingue straniere dovrebbe essere così. Altrimenti ci si trova con studenti che sanno a menadito i verbi irregolari e le regole che governano l’uso dei participi presenti con funzione nominale, ma poi rimangono inebetiti davanti al turista inglese che chiede indicazioni.
Voi che leggete e avete un cervello: spazzate via per sempre l’idea che “prima si studia la grammatica e solo alla fine si parla”. Non funziona mai, e lo sapete benissimo per esperienza personale. Il cervello non ce la fa a mettere insieme tutto di punto in bianco dopo anni passati a spappagallare regole e frasettine dagli eserciziari. I bambini non aspettano di padroneggiare l’italiano per parlarlo: lo storpiano e poi lo correggono e arricchiscono con l’esperienza. Fate così e uscite dal club delle fighe di legno che prendono dieci nelle verifiche di inglese e poi fanno le risatine ebeti imbarazzate quando non capiscono una ciospa in gita scolastica a Londra.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giuseppe Rugna ha detto:

    Sono d’accordo sul discorso dell’apprendimento delle lingue straniere, condivido meno l'”apologia”. Alla fine non è un camionista che sta cercando di farsi capire, ma un ministro e in quanto tale rappresenta l’intero Paese… Ed è abbastanza vergognoso, secondo me, che i livelli siano questi.

    1. Robbie Pagani ha detto:

      Certamente.
      Tuttavia è un discorso ben più complesso del semplice “Un politico non inglese DEVE/NON DEVE sapere l’inglese ad un livello x”.
      Certo si risparmierebbe in interpreti e traduttori se l’inglese fosse l’unica lingua di lavoro nell’Unione Europea. Ma visto l’euro-scetticismo imperante in Inghilterra non sono convinto che gli inglesi se lo meritino… Hahaha!

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