Detesto i viaggiatori!

[Un lungo silenzio dovuto agli impegni. 15 pagine di analisi critica di un libro su Magia e stregoneria nel medioevo scandinavo, traduzioni assegnate a botta di 20 righe ogni due giorni, la luce che viene a mancare sempre di più…una croce. Ora devo lavorare a una relazione sulle questioni salienti del dibattito accademico sul Fyrst Málfræðiritgerðin, o “Il primo trattato grammaticale”. Oltre a questo si avvicinano gli esami. Ansia.
Il clima è eccezionalmemte mite. 9° di massima, quasi mai sceso fino allo 0°. Non ha quasi piovuto per niente dall’inizio di novembre. Si sta bene, se non fosse per il buio. La mattina fatico ad alzarmi, e fino alle dieci non c’è quasi luce, poi rimane un bagliore debole oltre le nuvole che ricorda il tramonto fino alle 4, poi buio di nuovo. Allegria! Ci arrangiamo con l’olio di pesce per la vitamina D.
Non sono solito scrivere post esclusivamente dedicati ai fatti miei, e in effetti li infilo come guarnizione in post dove parlo di tutt’altro; esattamente come in questo caso:]
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Confessione scandalosa e inaspettata: “Detesto i viaggiatori!”
E non parlo delle persone che come me si innamorano di un luogo o di qualcosa ad esso legata e decidono di spolparlo da cima a fondo, ma nemmeno di quelli che appena vedono uno sfondo desktop che mostra qualche atollo caraibico, villaggio di pescatori asiatico, o picco andino si precipitano a prenotare un volo. Ci mancherebbe. Io sono quello che appena qualcosa cattura la sua attenzione si precipita a comprarsi dei libri sull’argomento.     Parlo di quegli imbecilli che fanno dieci mesi di scambio in qualche posto inutile e quando tornano giocano a fare i piccoli Buddha illuminati che han capito tutto del mondo e della vita. Parlo anche di quei tristi individui che fanno un mese di finto volontariato dove le uniche esigenze che soddisfano sono quelle del loro ego, e poi tornano per dar lezioni al mondo su come siamo miserabili ed egoisti, ma soprattutto come sono altruisti e consapevoli e di mente aperta loro. Poi ci sono quelli che appartengono a una comune sottospecie di backpackers, e li incontri specialmente nel sud-est asiatico, dato che costa poco. Vanno in giro e ti parlano con aria sognante e compassionevole da assistente sociale impacciato, o da santone di Hyde Park sotto LSD.
Rivendico il diritto a stare fermo ed esplorare la profondità e la complessità della vita dalla comodità della mia scrivania, ovunque essa sia.
Dimostra più saggezza, consapevolezza e profondità di pensiero un nonno che non ha mai lasciato la bassa padana e non si è mai spinto oltre Gargnano sul lago di Garda, che queste palline da flipper mancate che schizzano per il globo senza concludere un accidente.
Non ho girato il globo in lungo e in largo, e nemmeno mi preme di farlo. Forse perché sono un tipo un po’ introverso e tendo ad avere le mie esperienze più appaganti all’interno piuttosto che all’esterno, per cui posso trovare la felicità in un attimo di particolare bellezza pur essendo nello stesso posto per cui passo tutti i giorni nell’andare a prender l’autobus. In altre parole, la mia felicità dipende in larga misura da circostanze interne, piuttosto che da fattori esterni.
Non sono nemmeno uno di quelli che dopo un mese da qualche parte si stufano e vogliono spostarsi. Penso che questa specie di nomadi abbia qualche problema o scappi da qualcosa. Magari mi sbaglio, ma è la sensazione che mi danno. Specialmente se non sentono mai il bisogno di tornare a “casa”. Io detesto trasferirmi. Lo trovo destabilizzante, ma appena mi trovo in un posto mi adatto subito. Quando sono andato in Scozia, o appena arrivato in Islanda, non ho praticamente mai sentito il bisogno di tornare a casa. Al massimo sentivo nostalgia per gli amici e la famiglia, ma ritengo di avere un’ottima abilità di adattamento. Mi stabilizzo nei nuovi ritmi e ambienti e trovo presto una mia dimensione nella nuova realtà.
Sono uno che si muove, come è tipico dei giovani della mia generazione, per opportunità, studio o lavoro, ma non mi ritengo un “viaggiatore”. Per me i luoghi che ho visitato non sono una lista di nomi e immagini, ma una rosa di esperienze.
Con questo non voglio dire che non rispetti o disprezzi quelli che preferiscono viaggiare per il gusto di farlo, la mia critica è a quei tristi omuncoli paternalistici e condiscendenti che si credono una razza eletta in virtù del loro aver viaggiato. Mi sono mosso e ho visto molto di più di gran parte dei miei amici, ma non mi sogno di credere che le loro vite siano meno complete e appaganti della mia, perché in ultima analisi penso che siano le esperienze interiori a contare davvero per la crescita personale. Per fare un esempio banale, potrebbe essere necessario che un ragazzo vada in Erasmus perché si decida a imparare a farsi da mangiare e a lavarsi i vestiti, ma può anche succedere dopo l’esperienza all’estero non sappia fare decentemente né l’una né l’altra cosa, a differenza del suo amico che è rimasto a casa.
Questo è il mio messaggio per quelli che possono sentirsi in difetto rispetto ai loro amici che si muovono, mentre loro rimangono. Viaggiare non significa necessariamente crescere. La crescita personale è anzitutto interiore, e sebbene possa essere facilitata dal movimento, esso non è una condizione necessaria alla sua realizzazione. Troppi ebeti viaggiano per resort e mete esotiche senza portare a casa nulla, a parte qualche patacca da usare come soprammobile.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giuseppe ha detto:

    Detesti gli #hypster in poche parole, non i viaggiatori 😀

    1. Roberto Pagani ha detto:

      Gli hipster autoproclamatisi viaggiatori! Hahaha

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