Islandesizzarsi

Vivere in un altro Paese europeo ha un valore immenso: pur essendo l’Europa davvero piccola, la diversità che la contraddistingue non teme rivali. Si è meno soggetti al culture shock perché bene o male le differenze non sono così marcate come lo sarebbero tra un Paese europeo e uno dell’estremo oriente, e questo facilità l’esperienza, ma ci sono tante cose piccole e meno piccole che cambiano o per lo meno influenzano il proprio modo di essere e vivere. Quando si torna a casa qualcosa rimane, e la nostra identità acquista sfumature e sfacettature interessanti. Per via del mio lungo rapporto con il Regno Unito, sono stato “britannicizato” sotto molti aspetti, e ugualmente, la mia ex-ragazza ne è uscita italianizzata. Trovo questo processo di scambio e rinegoziazione della propria identità davvero interessante e meraviglioso. Mi sembra riduttivo dover pensare a me stesso come Italiano/Lombardo/Cremonese. L’identità delle persone è qualcosa che sfugge alle standardizzazioni generaliste. Mi piace immergermi nella vita locale, piuttosto che vivere da italiano trapiantato. Per questo motivo ho scelto di vivere con una famiglia islandese, e non ho mai cercato la compagnia di altri italiani, sebbene ce ne siano diversi. Quando è capitato di incontrarne non ho mai negato la mia cordialità, ma non ho mai cercato volontariamente la loro presenza. Sempre per i miei trascorsi col Regno Unito, soddisfo il bisogno di familiarità con Inglesi e Scozzesi, a volte con Francesi e Tedeschi, visto che tutto sommato siamo vicini e abbiamo parecchi tratti “continentali” in comune.
Il vedersi come europei aiuta a sentire meno le distanze e a interagire in modo più ricco, secondo me.imageL’islanda, nonostante la sua geografia, non è proprio un mondo a parte come molti si aspettano. Sono molto avanti rispetto a noi su tante cose ma hanno gli stessi problemi di corruzione, nepotismo, sessismo e razzismo, il loro modo di fare è spesso ben diverso dal nostro, ma a me non ha mai causato problemi. Credo sia perché, al contrario, sono gli usi italiani che spesso me ne causano.
Ma bando alle ciance, qui sotto trovate una lista delle clsei cose che ho acquisito lasciandomi influenzare dalla vita Islandese:

1) Aggiungere frutta e verdura all’acqua.
Nei bar l’acqua è gratis, e solitamente la si trova in grosse brocche, unita a pezzi di limone, arancia, lime o cetriolo. Non so se in altre parti d’Italia è comune, ma dalle mie non l’ho mai visto. La trovo un’alternativa perfetta perché qui l’acqua frizzante non è comune, quella liscia mi stufa, e le bibite gasate fanno male. Inoltre l’acqua di rubinetto qui è di altissima qualità. È molto comune portarsi dietro una bottiglia di plastica colorata (si trovano da Tiger) con pezzetti di frutta o cetriolo, e ora lo faccio anche io volentieri.
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2) Mangiare una seconda cena.
L’orario canonico per cenare a Cremona sono le 7:00. Anche se ovviamente in molti cenano più tardi, 7:30 o 8:00. Io preferisco cenare presto, così non devo più pensarci e ho tempo per fare quello che mi pare. Inoltre mangiando tardi tenderei a spizzicare per la fame rovinandomi la cena. Ovviamente cenando alle sette si arriva alle 10:00 con un po’ di fame. In Scandinavia è comune mangiare qualcosa più tardi la sera. La mia famiglia mangia latte e cerali, io preferisco mangiare della frutta, o al massimo farmi un sandwich e bere una tazza di tè. Mi piace comunque questo sistema.
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3) Pause caffé.
In Italia sono un evento raro. A scuola e in università a volte si fanno tirate di tre ore piene senza pause. In Scandinavia è un dogma religioso fare dieci minuti di pausa ogni ora per bere caffè. Non l’espresso, ma quello americano. Io non sono un amante e solitamente prendo un tè con due bustine per avere più caffeina, ma il concetto è più bella pausa che nel caffè. È il fermarsi a riposare e distendersi per poi riprendere carichi. Ho sempre detestato le lunghe ore di lezione mal gestite in Italia. Dove i professori riescono a fare la metà di quello che farebbe un collega nord-europeo pur avendo il doppio del tempo a disposizione.

4) Lýsi.
L’olio di fegato di merluzzo. Per gli islandesi è una panacea. Si beve ogni mattina. Un cucchiaio con la colazione. Ha più del doppio del fabbisogno di vitamina D, più della metà di A, e un sacco di Omega 3. Per chi lo detesta ci sono le pastiglie. Se non ci si è nati bevendolo si fa fatica ad abituarcisi ma non è impossibile. Non è buono ma nemeno abominevole. E sarà una coincidenza, ma non mi sono mai ammalato qui,

5) Tolleranza al freddo.
Ho sempre preferito il freddo al caldo, ma dopo un inverno islandese ho avuto la conferma che di freddo non ci si ammala. Io le definisco favole psicoattive da prozie, ma la storia del colpo d’aria coi capelli bagnati esiste solo in Italia ed è una leggenda metropolitana. Così come la storia della cervicale. Dalla mia esperienza, il freddo al massimo può debilitarti se sei già ammalato, ma non esiste che una persona sana si ammali perché “ha preso freddo”. Pur uscendo spesso coi capelli bagnati ed essendo stato nella piscina all’aperto mentre nevicava o pioveva col vento forte non mi sono mai ammalato. La storia che “le pagherai quando invecchi” non mi convince: non penso che il freddo segua metodi cumulativi.

6) Chiamare la gente per nome.
La cosa che amo di più. Ho sempre detestato le formalità. Sono un sistema complesso perché anche dei perfetti cretini possano ottenere prestigio sociale. Basta invecchiare un po’ o prendere un titolo qualunque.
Io non rispetto la vecchiaia o i titoli. Io rispetto le persone in quanto tali. Se sei un netturbino con la licenza media, avrai lo stesso rispetto che accorderei al sindaco. Se sei prof. dr. rag. ing. arch. ma ti riveli essere un volgare pallone gonfiato e cialtrone, i tuoi titoli non sortiranno alcun effetto su di me. Ugualmente, se sei più giovane e la sai più lunga, sarò ben felice di ascoltarti. Se sei vecchio e cafone, la tua vecchiaia non servirà per carpire i miei ossequi.
Qui in Islanda mi chiamano tutti Robbie, o più frequentemente Robbi (pronunciato roppi con la i che somiglia a una e chiusa), che poi viene declinato in Robba negli altri casi. Se incontro i miei prof. (leading scholars, e non mezze seghe), li saluto per nome, se devi chiedere la loro attenzione li chiamo: Haraldur? Torfi? Þórður? Emily? E vi posso garantire che non solo li rispetto, ma proprio li venero. Rispetto e formalità sono cose distinte, specie nel senso che le formalità servono per dare rispetto a chi non lo merita, a guadagnare prestigio immeritato in virtù di cose per le quali non si hanno meriti (esser vecchi non è un merito), e a prevaricare su gente più dotata per il fatto che è meno anziana o meno titolata.

Queste sono le cose che più mi sono rimaste dalla permanenza in Islanda, ce ne sono diverse altre ma le terrò buone per il futuro.

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