Un po’ di codicologia

Gli esami sono finiti, ho avuto tutti voti “first class”, come si usa dire nel gergo, ovvero voti che equivalgono a dei 29-30 nostrani (massì, tiriamocela), e mi ritengo davvero soddisfatto per quello che ho imparato. In particolare, aver superato con tali voti il corso di codicologia, mi permetterà di partecipare al corso avanzato della Summer School in Medieval Manuscripts. Nonostante stia già di tanto in tanto meditando sul mio futuro – dove andare, cosa fare e quel che ne consegue…- mi sto anche occupando di contingenze abbastanza serie, come ad esempio la tesi magistrale. Ho scritto per scrupolo all’università di Milano dove ho completato la mia laurea triennale, e mi hanno confermato che il master islandese che sto facendo è equiparato automaticamente alla laurea magistrale, senza bisogno di doverlo far convalidare (grazie alla convenzione di Bologna. Uno dei tanti vantaggi dell’unione Europea che i pensionati che sbraitano di voler tornare alla lira non colgono). Non sono troppo motivato a tornare in Italia però, e sto pensando di rimanere…ma questa è un’altra storia. In questo post vorrei parlare brevemente del mio lavoro alla tesi, che è un lavoro linguistico su di un manoscritto della fine del Trecento, e spiegare alcune cose sul lavoro del codicologo:
sverris
          Sto facendo una ricerca linguistica sul più importante manoscritto del medioevo scandinavo, il GKS 1005 fol. I manoscritti si catalogano con un numero di collocazione (shelfmark in inglese), che consiste ne: 1) il nome della collezione, in questo caso “Gammel Kongelig Samling”, antica collezione reale, 2) il numero nel catalogo, assegnato generalmente in ordine cronologico rispetto alla data di acquisizione, e 3) il formato, che qui è fol., ovvero folio, quello più grande e corrispondente grossomodo ad un A3 odierno. Si ha poi il 4°, un A4, l’8°, che ne è la metà, e così via. Sebbene la denominazione ufficiale dei manoscritti sia il loro codice di collocazione, spesso possiedono un nome o più nomi con i quali vengono comunemente definiti. Nel caso di questo manoscritto, il nome più usato è Flateyjarbók, o Libro di Flatey (“Isola piatta”, un isola collocata nel Breiðafjörður), e anche Codex Flateyensis. Il nome deriva dal fatto che prima di essere acquisito nel XVII secolo dal vescovo Brynjólfur Sveinsson per la collezione del re di Danimarca, esso era di proprietà di un tale Jón Finnsson che risiedeva sull’isola. L’importanza di questo manoscritto, oltre alla sua apparenza monumentale – consta infatti di circa 250 fogli di pergamena, con testo diviso in due colonne, per un totale di circa 500 pagine di testo ben fitto a due colonne – esso è perfettamente conservato, relativamente facile da leggere (almeno per chi conosce l’antico islandese e ha seguito dei corsi di paleografia e codicologia!) grazie alla cura con cui è stato scritto, è riccamente decorato, con figure e motivi floreali. Il contenuto è quanto di più succoso si possa sperare per un appassionato, saghe di re, racconti, genealogie…l’elenco è lungissimo ma tra questi testi vale la pena ricordare:

  • Ólafs saga Tryggvasonar
  • Grœnlendinga saga
  • Færeyinga saga
  • Orkneyinga saga
  • Ólafs saga helga

Un’altra cosa che rende speciale questo manoscritto, e che è la base della mia tesi, è il fatto che si sappia precisamente quando esso sia stato composto e da chi. Gli scrivani erano due chierici, i cui nomi sono noti e citati all’interno del libro, e che vi hanno lavorato tra il 1387 e il 1394. E. Ashman Rowe sostiene che esso fu concepito come regalo per il re di Norvegia, regalo non più consegnato per la sopraggiunta morte di questi, ancora ragazzo. Il trono passò poi alla madre di lui, la regina Margherita di Danimarca, per la quale forse il codice non sarebbe stato ritenuto adatto come regalo. La maggior parte dei manoscritti medievali non hanno autore il cui nome sia conosciuto, e nemmeno informazioni utili a stabilirne la data precisa di compilazione. Solitamente li si può datare in un raggio di 50 anni, magari 100 nei casi disperati, o 25 in casi eccezionali. Per farlo bisogna analizzare le caratteristiche linguistiche e paleografiche. Nel corso dei decenni, gli studiosi hanno raccolto i pochi dati certi che avevano sulle date di compilazione dei manoscritti, e un pezzo alla volta sono riusciti a compilare un profilo diacronico (ovvero “attraverso il tempo”) della lingua e della scrittura, così che oggi abbiamo una buona idea, ad esempio, di quali lettere venivano usate in quali secoli, e di quali fenomeni linguistici si verificarono in quale periodo. Ovviamente non si tratta di una scienza esatta, le caratteristiche non si presentano sempre “pure”, ma magari mescolate ad altre anteriori o posteriori, per questo la datazione non può essere più precisa di mezzo secolo nella maggior parte dei casi. Il modo di procedere consta di alcune fasi, e per riassumerle in modo semplice possiamo suddividerle in 3:

  1. analisi paleografica
  2. analisi linguistica
  3. sintesi statistica

Nella prima fase si osserva il tipo di scrittura, ad esempio se è tondeggiante con lettere ben separate si può trattare di scrittura carolina, che non si trova più tardi del 1100. Verso la fine del secolo, e fino a metà del successivo, la scrittura diventa più angolosa e alcune lettere si ammassano, è la cosiddetta Protogotica. Nel 1300 si ha la tipica Gothic Textualis, con angolosità pronunciate, allunghi ridotti, e molte sovrapposizioni di lettere. Questi periodi sono estremamente sommari, e spesso è molto difficile o impossibile collocare chiaramente un testo nell’una o nell’altra: può presentare un 50% dell’una e un 50% di tratti tipici della successiva. Per stringere il campo si osservano alcune lettere specifiche. Ad esempio verso la fine del 1300 la f della textualis viene scritta con le due braccia arricciate verso il basso e congiunte all’allungo, quasi una doppia p. Nella seconda fase di datazione si osservano i cambiamenti linguistici nella grafia. Ad esempio, grazie alle osservazioni fatte in passato vediamo che dal 1300 gli scrivani confondono le lettere æ ed œ, segno che nel parlato questi due suoni erano ormai fusi in un’unico fonema. Situazione che perdura ancora oggi nell’islandese contemporaneo. Se è possibile datare un manoscritto nel tardo trecento, e nonostante questo presenta la distinzione tra queste due lettere, ciò viene interpretato come un norvegesismo: molti manoscritti islandesi erano prodotti per il mercato norvegese, e in quella lingua i due suoni non si sono mai fusi, e sono ben distinti ancora oggi. Nella grafia sono segnati come æ ed ø, anche se non tutte le æ e le ø del norvegese contemporaneo discendono da æ ed œ, ma questa è una faccenda che non ci interessa. A volte la datazione è complicata dai cosiddetti arcaismi: tra il ‘200 e il ‘300 la -t e la -k in fine parola diventano -ð e -g. La -g si trova spesso, ma la -ð viene ancora scritta -t per conservatorismo. Dunque come si fa a stabilire se il fenomeno era avviato nel parlato? Un modo è cercare le cosiddette “ipercorrezioni”: Nel caso della -t che muta in -ð in fine parola, gli scrivani vedono che nel passato quella che ora pronunciano -ð veniva scritta -t. Non sanno che -t veniva pronunciata come tale, e pensano che esista una regola ortografica per cui quando una parola finisce per -ð devono scrivere -t. Tuttavia esistevano alcune parole che finivano già in -ð prima che il mutamento da -t a -ð avesse luogo. Ad esempio la parola per testa “höfuð” (cf. Lar. CAPVT). Lo scrivano vedeva höfuð e pensava

“Ah! Qui hanno sbagliato! Quando una parola finisce in -ð bisogna scrivere -t!”

E copiava la parola come höfut. Questa viene detta prova indiretta, grazie all’ipercorrezione del copista sappiamo se le -t in fine parola venivano pronunciate -ð. Una volta raccolti tutti questi dati, si fa un controllo statistico. Più un fenomeno di mutamento è diffuso, più è probabile che il testo sia da collocare in là nel secolo in cui tale fenomeno occorre. Se sappiamo che un fenomeno inizia a comparire all’inizio del 1200, un testo in cui esso è sporadico sarà da collocare in un periodo, ad esempio, di +/- 25 anni intorno a tale data. Se è diffuso si può collocare nel 1250 +/- 25 anni, e se è onnipresente, il testo si può collocare verso la fine del secolo. Le innovazioni han sempre più peso delle datazioni, perché per quanto conservativa sia una grafia – mettiamo che abbia quasi tutti tratti del 1200 -, un unico fenomeno che si verifica nel 1300 trascina la datazione in avanti, perché non è possibile che un autore del secolo precedente potesse mostrare occorrenze del genere. L’utilità di un manoscritto datato in anni precisi come il Flateyjarbók è che analizzando pedissequamente le occorrenze linguistiche, si possono avere dati più certi sullo sviluppo della lingua a quel tempo, così da applicare tali dati ad altri manoscritti di cui non si conosce la data di compilazione. L’obiettivo della mia ricerca, tuttavia, è di stabilire quali dei due compilatori del codice è più antico. Non anagraficamente, ma linguisticamente. Una ricerca sistematica in questa direzione non è stata ancora fatta, e dunque ho davvero poco materiale pronto su cui lavorare. Devo partire da zero, ovvero scandagliare il più pagine possibile alla ricerca di occorrenze, annotare in due colonne le varianti innovative e quelle conservative, e fare una statistica del numero di volte in cui le due compaiono. È un lavoro lento, complicato dal fatto che il testo è denso e scritto in una grafia con alcuni tratti corsivi e lettere ammassate, ma è davvero emozionante. Molte persone immagino i manoscritti medievali come quelle idealizzazioni disneyane colorate e illuminate, con i caratteri che sembrano stampati. Esistono alcuni esemplari del genere, ma è più comune imbattersi in grafie incoerenti, quattro righe più schiacciate, 6 righe più stiracchiate, qualche riga più spessa, altre più sottili. Questi lavori erano compilati da persone che lavoravano in condizioni pietose, che si stancavano le mani e gli occhi, che facevano errori e che dovevano spesso risparmiare pergamena. Quest’ultimo punto merita una parentesi: i manoscritti medievali tendono a pullulare di abbreviazioni. Il classico punto che usiamo ancora oggi è una delle cosiddette sospensioni, esistono le contrazioni, come il Sig.ra odierno, ma esistono anche una miriade di segni superscritti, che non copio dal mio PC su questo articolo perché i vostri computer non li codificherebbero (occorre installare font o programmi particolari per codificarli), e che consistono in riccioli,, svolazzi o letterine scritte sopra alle lettere normali. Le barre orizzontali, per esempio indicano la presenza di una nasale nei manoscritti islandesi. Se non vado errato, in quelli italiani la nasale si indicava con un punto, per cui “panca” si troverebbe scritto pȧca. Le abbreviazioni sono abbastanza toste, bisogna impararle a memoria, ma spesso sui manoscritti appaiono leggermente diverse da quelle belle forme standardizzate negli esempi dei libri stampati, per cui non basta mai memorizzarle dalle liste: è necessario “farsi l’occhio” con una pratica assidua, cosa che consiglio a tutti quelli che intraprendono studi codicologici e paleografici. Si tratta di un’abilità pratica, non di un insieme di conoscenze teoriche, e per acquisirla è necessario esercitarsi. Ho preso questa occasione per parlare un po’ di come funzioni il lavoro sui manoscritti, spero che ciò possa ispirare qualcuno ad avvicinarsi a questo mondo. image

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandro Mazzi ha detto:

    Molto interessante.
    Personalmente come li hai trovati i corsi di paleografia e di lavoro sui manoscritti?
    C’è la possibilità di consultare i manoscritti anche al di fuori dell’orario universitario in maniera più o meno libera, o c’è bisogno di autorizzazioni particolari o requisiti specifici?

    P.s. La foto in basso è un’aula studio o una zona particolare?

    1. Roberto Pagani ha detto:

      Con i corsi devo dire che ho imparato parecchio.
      I manoscritti sono off-limits. Occorrono permessi speciali, ma è abbastanza inutile lavorarci direttamente. Sono scritti piccoli e spesso sono danneggiati. Normalmente si usano scansioni in HD, che si possono richiedere a un prof.
      La foto è una delle due reading room per i master students. Si può fare domanda per avere una scrivania all’inizio di ogni semestre. Ti danno la chiave dell’edificio e quella della stanza.

  2. Ale ha detto:

    Ssuper interessante!
    Se volessi saperne di più come potrei fare?

    1. Roberto Pagani ha detto:

      http://www.amazon.it/Introduction-Manuscript-Studies-Raymond-Clemens/dp/0801487080

      Consiglio caldamente questo mega volume. Non è specificamente sulla codicologia islandese ma è un’introduzione impareggiabile alla disciplina.

  3. Ale ha detto:

    Ti ringrazio!
    Ho colto un sacco di spunti dalmtuo blog! Io nella vita ho scelto di dedicarmi ad altro (biotecnologie molecolari) ma l’evoluzione delle lingue e tutto ciò che ruota attorno mi ha sempre affascinato moltissimo! Piano piano mi farò una cultura, anche grazie al tuo blog!

    Alessia

  4. Marina ha detto:

    Ciao! 🙂 Nell’articolo hai scritto: ” il master islandese che sto facendo è equiparato automaticamente alla laurea magistrale senza bisogno di doverlo far convalidare, grazie alla convenzione di Bologna.”
    Ma quindi, che tu sappia, tutti i master dell’universitá d’Islanda sono equiparati automaticamente senza bisogno del procedimento per l’equipollenza? Sto impazzendo perchè ogni segreteria mi dice cose diverse…

    1. Roberto Pagani ha detto:

      In teoria sì.
      Puoi chiedere alla segreteria il documento relativo al Paese che ti interessa in cui viene spiegato il trattamento italiano dei titoli ottenuti. Ovviamente è a discrezione della commissione considerare master specifici come più o meno adatti alla preparazione del dottorato.

      1. Marina ha detto:

        Grazie mille delle info! Comunque la procedura serve solo in caso di dottorato giusto?

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