Guerra all’ignoranza: apologia dell’accademia

Questo articolo sarà contro gli ostacoli che chi lavora nei vari campi del sapere si trova ad affrontare. Ostacoli soprattutto umani:

Ci sono numerose frustrazioni, che uno studente o studioso deve sopportate quotidianamente, e non mi riferisco agli assistenti sadici, ai relatori assenti, o ai testi illeggibili di qualche polveroso pallone gonfiato. Parlo piuttosto di tutta quella marmaglia che sta fuori dall’accademia e per esse non mostra rispetto alcuno. Vediamo una carrellata di questi casi:

“Voglia di lavorare saltami addosso”. È una frase che mi puzza un po’ di invidia, da persona che lavora per necessità anziché passione. Ma vediamo di analizzare a fondo anche questa asserzione.
È opinione comune che i lavori manuali siano più duri e deleteri di quelli mentali. Credo che nel caso del lavoro in miniera ciò sia innegabile.
Tuttavia!IMG_20150219_100412
Spesso la gente che fa questi discorsi ha normali lavori impiegatizi, e la sua esperienza di lavoro mentale non va oltre quella necessaria per conseguire la licenza media.
Qualche lavoro pesante l’ho fatto anche io. Ho provato a spaccar legna, a preparar burrito in un fast food e ho fatto il lavapiatti in un bar sotto le feste. Mi duole ammetterlo, ma quattro ore intense a sgrassar cioccolata e rossetti dalle tazzine e rimettere tutto in bell’ordine col ritmo di un polpo per quattro ore di filato non mi sfiancava come mezz’ora ad analizzare una pagina di manoscritto, o a tradurre un brano in una lingua morta scritta in grafia non normalizzata.
Il lavoro necessario alla stesura di un saggio, articolo o tesi, può essere estremamente deleterio e richiede una finezza di procedure e metodologia che occorrono anni per affinare – io stesso posso dire di avere solo una buona base di partenza, per ora. La gente spesso si immagina che scrivere per l’accademia sia più o meno come fare un tema per la scuola, solo che sapendola più lunga, l’autore produrrà qualcosa di più rilevante. Poveri stolti. Più avanti svelerò i segreti che si ascondono a retro di questa professione per gente che non vuole lavorare, ma prima vediamo altri casi umani:

ci sono quelli che si mettono a fare ricerche autonome su discipline di cui non sanno un’accidente; un consulente marketing e un tizio che aveva studiato astrofisica hanno pubblicato una ricerca in cui sostengono che le lingue amerindie siano discendenti dell’antico nordico, sulla base di qualche somiglianza lessicale. Ovviamente i linguisti di mezzo mondo con decenni di studi in linguistica storica e filologia amerindia o indoeuropea non ci sono arrivati perché l’accademia mafiosa vuole nascondere la verità al mondo. Poi c’è il Felice Vinci col suo “Omero nel Baltico”, che ho letto con grande interesse, ma che sarebbe stato meglio senza le paraetimologie che lo infestano (Mykines nelle isole Fær Øer sarebbe Micene, no? C’è sono uguali, dai! Μυκήνες (Mykínes) e Mykines!
Peccato che – per dirne una – le k del greco diventano h in germanico, e se l’isola si fosse chiamata Mykines ai tempi della presunta odissea del Baltico, ovvero molto prima della mutazione consonantica protogermanica, oggi si avrebbe un toponimo radicalmente diverso e irriconoscibile, anche per tutti i fenomeni fonetici subentrati dopo, come sincope, metafonia etc. Il fatto che un toponimo medievale nell’Atlantico assomigli a uno greco antico nell’Egeo non può spiegarsi se non con una coincidenza. Ma fanculo, è più figa la teoria di Omero in Scandinavia, crediamo a quello. I linguisti sono una mafia che vogliono nascondere la verità, e in virtù del mio master in management ed economia gestionale ritengo di poter discettare di questa roba quanto loro.
Aveva ragione Umberto Eco. Le idiozie nazionalistiche o mitomaniache in stile “Mistero” o “Voyager” unIMG_20150220_132809a volta uno se le doveva pubblicare di tasca propria e generalmente venivano stampatein qualche posto sfigato e circolavano tra i pochi sodali degli esaltati che li pubblicavano. Oggi questa spazzatura si spande come ortiche impeste per la rete, e la gente la legge, ci crede e la diffonde ulteriormente. Non essendo materiale supportato da logica rigorosa, fa parecchio gola a chi si trova facile preda dei sensazionalismi e delle teorie cospiratorie, e viene accettato per buono con una sorta di atto di fede acritico, per cui ogni volta che si troverà contrapposto a dati di fatto prodotti da studiosi accreditati, manterrà la sua presa sulle menti deboli che lo preferiranno alle prove scientifiche rigorose. Alla fine gli accademici sono una mafia che vuole nasconderci la verità sui rettiliani. Uno può essere il maggiore esperto nel suo campo, ma una volta che la cialtronata a mezzo internet sarà passata, tutta la sua expertise verrà ignorata con strafottente nonchalance. Non solo uno si sbatte per anni o decenni cercando di diventare un esperto misurato e consapevole, ma deve anche sentirsi preso a pesci in faccia da dei dementi ignoranti che seguono il ciarlatano di turno.
Le pubblicazioni scientifiche sono più difficilmente accessibili, e se uno cerca su Google “Rune” o “Vichinghi”, i primi duemila risultati sono puttanate new age o turpiloqui etno-nazionalistici ripescati da qualche bislacca teoria ottocentesca, divulgati da qualche demente che si spaccia per esperto o che magari ha davvero qualche titolo accademico con cui pararsi il sedere.
Il gran maestro dell’ordine runico del Wisconsin sa quello che dice perché ha un dottorato a Yale, e la sacerdotessa Odinista che cura il sito di astroarcheologia è una voce attendibile perché ha un master in archeologia ad Oxford.
Sarà in virtù di questi titoli che si trovano a imbrattare la rete con siti web pacchiani e ricolmi di razzismo anziché partecipare a conferenze internazionali e pubblicare ricerche su riviste accreditate e peer-reviewed.
Ma ovviamente è perché la magia accademica li ha ostracizzati per nascondere la verità.
Va da sé che ciò che viene prodotto da studiosi accreditati non vada automaticamente accettato. La scienza non parla ex cattedra. Un giovane dottorando può, se ha buoni elementi per farlo, contestare la posizioni di un vecchio e rispettato professore. Succede spesso. Ma le argomentazioni devono essere solidissime, logiche e presentate in modo rigoroso. E qui veniamo ad un episodio capitatomi lo scorso anno:

Qualche tempo fa mi ha contattato un tizio che voleva gli traducessi in “lingua celtica” (?!) un epitaffio da apporre su un anfiteatro nel nord Italia. Gli ho risposto puntualmente che “celtica” è un aggettivo che descrive una famiglia di lingue molto diverse, e che dovesse almeno specificare quale volesse. Confuso, sosteneva che tale anfiteatro fosse “celtico” e che fosse rimasto tale in epoca romana fino alla cristianizzazione, e che Mussolini avesse insabbiato le prove di studiosi tedeschi per far passare il sito come romano. Mi ha poi appiccicato una valanga di citazioni sconclusionate di “studiosi” non meglio identificati scritte con linguaggio da rotocalco e senza fonti. Poi si è giustificato dicendo “ah ma io non sono uno studioso, sto solo mettendo insieme le cose dette da altri”. Ah! In pratica facciamo un bel collage di cose che corroborano una tesi fasulla e ignoriamo il resto! Che bella strategia…
Gli ho chiesto se ci fossero prove archeologiche nella cultura materiale del luogo che giustificassero una presenza celtica, se esistono altri anfiteatri simili in zone chiaramente celtiche e databili prima della conquista romana, che giustifichino il considerare tale questo sito (domande di base da asilo). Continuava a mescolare celti e tedeschi, e sembrava non sentire le mie obiezioni in proposito.
Ha finito con l’irritarsi e dirmi che queste cose le hanno scritte studiosi più preparati di me. Gli ho risposto che se erano più preparati avranno sicuramente affrontato le questioni archeologiche di cui sopra.
Una frecciata passivo aggressiva ed è sparito.

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Queste sembreranno questioni di lana caprina per molti: “chi se ne importa se qualche idiota dice scemate?”. Bene, il problema sta proprio in internet: le scemate hanno più diffusione dei fatti, come ben sappiamo, e la missione degli studiosi di ogni campo è stabilire fatti. Ognuno poi ha una propria gerarchia su cui collocare quei fatti che ritiene utili e quelli che invece non servono a nessuno – posso capire se a qualcuno lo scoprire dettagli sulla datazione di testi medievali appaia inutile o meno utile dello studio della sintesi delle proteine – ma il sapere umano è estremamente interconnesso, e gli avanzamenti in discipline all’apparenza di nicchia hanno spesso ricadute considerevoli su altre più “mainstream”, che poi si ripercuotono sulla politica e su molti altri campi. Stabilire con rigore scientifico che i Vichinghi NON erano un popolo o una razza, che la Scandinavia non era né più né meno pagana e cristiana del resto d’Europa dopo la conversione, oltre all’interesse storico potrebbe servire a far tacere una volta per tutte quegli psicopatici americani che in virtù di un cognome, un tratto genetico o un test commerciale del DNA ordinato su internet, si proclamano di discendenza vichinga e promuovono siti, gruppi o attività di vago sapore razzista.
Basta leggere due lavori seri sull’argomento per scoprire che A. Tutte le persone di discendenza Europea discendono da quasi tutti gli Europei vissuti circa 1500 anni fa. Da Carlo Magno, a qualche vescovo fornicatore, ai Goti, fino ad Attila, che B. Il fatto discendere da Carlo Magno non significa possedere geni di Carlo Magno perché dopo alcune generazioni si ottengono più antenati che geni nel nostro DNA e C. avere geni che si trovano in alte concentrazioni in qualche zona geografica non è mai prova conclusiva che si abbiano mai avuto antenati provenienti da essa.
Ma è più bello credere alle brochure nella posta che ti dicono quanto sei vichingo. Ciò ha effetti strabilianti sull’autostima di citrulli inutili alla società.

Per questo c’è bisogno di comprensione e rispetto per il lavoro degli studiosi – seri! È necessario capire come funziona o come dovrebbe funzionare un lavoro di ricerca scientifica, così da poter trovare difetti metodologici nelle cialtronate in cui ci si imbatte. Per questo voglio offrire una guida (molto approssimativa e grossolana) sulla questione.

A beneficio di quelli che non sanno ben distinguere tra una teoria scientifica e una bischerata di proporzioni bibliche, e di coloro i quali si stessero accingendo a intraprendere per la prima volta un percorso di tesi o ricerca per un elaborato, riassumo telegraficamente le fasi del lavoro ed eventuali complicanze, usando come esempio il lavoro che sto portando avanti per la tesi magistrale:
– Dando per scontato che si abbia chiaro il problema che si desidera studiare, occorre leggersi almeno i testi più importanti già scritti sull’argomento. Altrimenti si rischia di scrivere cose già dette o trascurare punti fondamentali che sono stati sollevati nei lavori precedenti. Questi testi possono essere in qualsiasi lingua, con o senza riassunto in inglese, non reperibili su internet, non pervenuti in biblioteca. Questi problemi possono essere colossali: spesso e volentieri tocca impararsi la lingua straniera per poter leggere i testi che occorrono (a meno che uno non abbia soldi da investire in un traduttore). L’articolo principale per la mia tesi, ad esempio, è in tedesco. Ho aggirato il problema facendomelo tradurre oralmente da un collega tedesco e prendendo appunti in inglese, ma mi trovo in un ambiente internazionale, e non è sempre il caso per tutti.
A volte può capitare di non imbattersi in un testo fondamentale, o di scoprirlo tardi e dover rifare una grossa fetta del lavoro.

[Se leggete un testo in cui vengono citate fonti tradotte senza riferimenti all’originale è il caso di insospettirsi: la traduzione può essere fallace].IMG_20150311_200851

– Raccolto il materiale di base si ha una prima bibliografia, che poi va ampliata man mano che si trovano riferimenti ad altri testi in quelli già consultati. È importante capire le premesse e le conclusioni di ogni articolo.

[Se la bibliografia è assente o contiene testi pubblicati da case editrice dai nomi esoterici, conviene dubitare dei contenuti che si stanno leggendo]

– Avendo chiare le basi della questione e una volta che si conosce a che punto è il suo studio, si procede con l’analisi. Ci sono problemi che andrebbero sollevati? Questioni che vanno risolte, confutate o completate? Se si vale la pena procedere, senza mai innamorarsi delle proprie idee: è una cosa che causa sempre dei danni e magari dei morti. Se, procedendo, la tesi iniziale si rivela fallace, tocca riformularla, e in questo non c’è nulla di male, nemmeno se il risultato è una conferma di quanto è già stato detto. È sempre meglio avere una nuova ricerca che conferma una vecchia, piuttosto che una vecchia che non si sa quanto sia attendibile.

– Nella stesura bisogna sempre riportate da dove si sono prese le informazioni.
Citazioni e indicazioni bibliografiche dovrebbero tappezzare il lavoro. Perfino gli autori del medioevo citavano le loro fonti, e se erano orali si curavano di spiegare che la persona che le aveva riportate fosse rispettata e dalla memoria attendibile.

[Diffidate di frasi come “secondo uno studio”, “dallo studio di un’università Americana”, “recenti studi”. Se le incontrate dovete incazzarvi e sbraitare contro il testo “QUALI STUDI? CHI LI HA CONDOTTI? SU QUALE RIVISTA SONO STATI PUBBLICATI? QUALE UNIVERSITÀ? È UNA DIAVOLO DI ISTITUZIONE RICONOSCIUTA O UN POSTRIBOLO INDIPENDENTE FINANZIATO DA QUALCHE MULTINAZIONALE?!?!”. Se tutti si facessero queste domande, le bufale sparirebbero alla svelta da internet e dalla vita reale, o comunque non godrebbero di ampia copertura]

– Completata la ricerca, è importante rivedere premesse e conclusioni. Seguono un senso logico? Ci sono falle nel ragionamento? Ho mancato di menzionare punti controversi per evitare di dover ammettere che i miei risultati non sono definitivi? Ho ignorato alcune ricerche perché vanno contro alla mia tesi e mi rendevano difficile sostenere la mia idea? Ho verificato che le mie fonti siano attendibili o mi sono accontentato di wikipedia?

[Alcune fonti sono più attendibili di altre, ma conviene sempre verificare. Se un giornale online pubblica qualche versaccio scandalistico su politica o immigrazione, resistete all’impulso deficiente di condividere su facebook aggiungendo qualche parola idiota delle vostre “Non se ne può più! Dove andremo a finire?!!!”. Cercate la notizia in rete e controllate se sia stata riportata sui quotidiani nazionali, non è sempre una garanzia, ma la sua assenza su testate importanti dovrebbe insospettirvi. Per questioni internazionali conviene fare controlli incrociati su quotidiani stranieri. Richiede qualche minuto, e gli impulsi beceri al dare sfogo ai nostri istinti razzisti frustrati rende il tutto complicato, ma con un po’ di costanza riuscirete a evitare l’impulso di prendere per oro colato ogni sparata che conferma i vostri pregiudizi, e vi troverete istintualmente a cercare riscontri per ogni notizia che leggerete, il che è un modo sano, maturo e rigoroso di approcciarsi alla conoscenza].

Potrei aggiungere ulteriori dettagli ma mi sono già dilungato troppo. Spero che condividiate questo mio scritto e che contribuisca un minimo a instillare un po di consapevolezza rispetto a queste tematiche. Il succo finale è che studiare è qualcosa di nobile, ma difficile ed estenuante, e richiede grandi responsabilità, dalle quali il fruitore finale non è esente: in quanto lettori, indipendentemente dal nostro titolo di studio, abbiamo il dovere di dare una stima dell’attendibilità di quello che leggiamo, e mostrare rispetto per gli sforzi fatti dagli autori per spiegare e diffondere fatti e verità.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Roberto Alberini ha detto:

    Ho letto con interesse il tuo post e condivido appieno quanto hai detto. In merito alla tua critica su “Omero nel Baltico” di Vinci, ti dirò che l’ho letto con entusiamo e, non essendo un esperto, mi pareva comunque che fosse molto attento a citare un nutrito numero di pagine di rimandi e note. Sarebbe bello se riuscissi un giorno a ritornare sull’argomento magari condensando quelli che ritieni siano i suoi punti deboli… Siamo di fronte ad un libro credo ben congegnato a che i poveri mortali faticano a setacciare per poi farsi un opinione obiettiva sulla sua (a mio avviso) interessante teoria.

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