Toccata & Fuga #3: Vestmannaeyjar

Mi sono concesso una pausa dal mio lavoro estivo di editing della saga del conte Mágus, e ho fatto una gita in giornata alle Vestmannaeyjar (Isole degli Irlandesi). Nonostante il titolo del post, una giornata è più che sufficiente per ammirare le bellezze dell’arcipelago, anche se nulla vieta di trascorrervi qualche giorno in più, per esempio in occasione del famoso festival che ha luogo tra l’ultimo weekend di luglio e il primo di agosto. A meno che non abbiate affittato una macchina per diversi giorni e desideriate quindi imbarcarla sul traghetto, o lasciarla al molo sulla terraferma, sconsiglio di noleggiarne una soltanto per andare nelle isole: una volta arrivati sull’unica isola abitata, l’unico modo per visitare l’arcipelago è in barca, e se seguite un tour organizzato, vi porteranno comunque loro in giro per l’isola principale, e il prezzo totale a persona sarà infinitamente più basso di quello che paghereste noleggiando un auto per un giorno per poi imbarcarla sul traghetto.

Le Vestmannaeyjar (la pronuncia è all’incirca vèstmannaéiar), sono un arcipelago situato a sud dell’Islanda, localizzato su una faglia tettonica a forma di arco. Di quando in quando questa faglia si apre, e le eruzioni sottomarine portano alla creazione di isole, che nel corso di secoli o millenni vengono erose dal mare e trasformate in colossali faraglioni, spesso a forma semicircolare, essendo i resti delle caldere vulcaniche emerse dall’oceano. L’ultima isola, Surtsey, si è formata negli anni sessanta, a seguito di un’eruzione durata qualche anno. Si tratta di un’area protetta, a cui possono accedere solo gli scienziati che studiano il processo di colonizzazione della vita su territori di recente formazione, ed è anche la seconda isola dell’arcipelago per dimensioni, pur avendo perso metà della sua estensione originale a causa dell’erosione. L’isola principale, Heimaey (Isola delle case) è stata teatro di una colossale eruzione avvenuta negli anni ’70, che ha sepolto centinaia di casa sotto lava e tefra, e praticamente tutto il resto sotto un mare di cenere. La popolazione fu evacuata con successo in poche ore grazie alla fortunata coincidenza per cui tutte le navi e barche si trovavano in porto quella notte a causa del maltempo nella giornata precedente. Quello che era un campo erboso tra il limitare della cittadina e il mare, è ora un cono vulcanico rossiccio dal nome originalissimo di Eldfell (Vulcano o, letteralmente, “Monte del fuoco”), e la colata lavica, già in parte coperta di muschio, in parte ha inghiottito la città, e in parte ha esteso notevolmente la superficie dell’isola. Lo stretto porto di Heimaey è uno dei più importanti dell’Islanda, perché la costa sud del Paese è estremamente pescosa, ma bassa e sabbiosa, e dunque non permette la costruzione di porti efficienti. Per salvare quello delle Vestmannaeyjar, che l’eruzione minacciava di chiudere e trasformare in un lago inutile, sono state utilizzate potentissime pompe, che prelevano acqua di mare per poi gettarla sulla colata lavica. Pochi anni fa fu creato un progetto “Pompei del Nord”, con l’intento di riportare alla luce le case sepolte, ma dopo i primi tentativi, fu ovvio che la cenere depositata sottoterra avrebbe costituito un problema, se portata alla luce, a causa dei forti venti che soffiano sulle isole. Il progetto fu quindi abbandonato, ma attorno a una delle case liberate è stato costruito un museo davvero ben organizzato e informativo.

Il nome delle isole, secondo il testo medievale Landnámabók (“Libro degli insediamenti”), deriverebbe dal fatto che un gruppo di schiavi Irlandesi (detti Vestmenn nella lingua dei coloni Norvegesi, “Occidentali”, perché l’Irlanda si trova a ovest rispetto alla Norvegia), dopo aver ucciso il loro padrone Norvegese che si era insediato con loro in Islanda, si sarebbero rifugiati su queste isole, per poi essere raggiunti dal fratello di sangue di lui, che li avrebbe uccisi per vendetta. Le isole furono teatro di un’incursione di pirati Algerini (lol) nel 1600, che rapirono come schiavi 200 islandesi – metà della popolazione dell’epoca, e ne uccisero 30. Un prete locale si unì volontario al gruppo di schiavi e giunto in Africa promise di raccogliere un riscatto presso il re di Danimarca, nel cui regno l’Islanda era all’epoca collocata, ma non ottenne grande aiuto perché il Paese era impegnato nella guerra dei 30 anni. Riuscì dopo anni a riscattare qualche decina di persone grazie a una raccolta fondi, e si ricongiunse alla moglie, ma non ai figli, di cui non seppe più nulla. Alcuni islandesi decisero di non fare ritorno a casa, dopo aver sperimentato il tepore e il cibo nord- africano, e una donna islandese divenne addirittura una delle mogli di un Sultano locale, e gli islandesi la definivano pomposamente “regina d’Algeria”. Il reverendo che così tanto si impegnò per la liberazione dei suoi confratelli isolani, scrisse un libro su questi avvenimenti, che potete trovare facilmente su internet.

A prescindere dall’affascinante storia di questo arcipelago, quello che più tocca il visitatore è senz’altro l’elemento paesaggistico: nella stagione estiva vi abbondano le pulcinelle di mare (molto difficili da fotografare, ma facilissime da vedere!), non è raro scorgere delle balene, e gli isolotti ripidi dalla cima piatta ospitano case estive usate dai cacciatori di uccelli.

Qui sotto vi lascio uno slideshow di alcune delle foto che ho scattato, per stuzzicare la vostra immaginazione.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Maria Romano ha detto:

    Grazie per la condivisione di questi splendidi paesaggi.

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