Islanda: un’analisi onesta

L’Islanda è ormai diventata LA terra promessa. Il sogno non più segreto di torme di popoli svariati, che vanno dai grillini anti-capitalisti e anti-europeisti agli escapisti (passatemi l’anglicismo) devoti agli dei pagani e amanti della natura.

L’idea di “Islanda” ha dei contorni molto vaghi: si tratta di un’isola lontana e magica, affine alla Tir na Nog, l’isola dell’eterna giovinezza della mitologica irlandese. Si tratta di una terra così lontana e speciale che forse nemmeno esiste; eppure, forse proprio in virtù di ciò, si ritrova essere la destinataria finale delle proiezioni utopiche di una sterminata collettività di membri della società occidentale disillusi e frustrati.

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In Islanda i banchieri fraudolenti vanno in galera, i politici corrotti si dimettono, le gerarchie sociali non esistono, la libertà e l’espressione personali sono dogmi, l’aria è pulita, e la natura incontaminata dà ancora spazio all’immaginazione: è difficile immaginarsi gnomi e draghi tra le autostrade e i capannoni industriali della pianura padana, ma tra i remoti ghiacciai e nei profondi fiordi c’è ancora spazio per credere che la vita possa essere un filo più interessante di quanto non appaia giornalmente.

La difficoltà sempre più insormontabile, per molti occidentali, di credere in un regno ultraterreno fatto di pace, gioia e perfezione, ha fatto sì che tali aspirazioni irrealistiche  vengano oggi proiettate su una terra vera e propria, fatta di ghiaccio e lava, casette colorate e confortevoli maglioni di lana fatti a mano.

Questa reputazione internazionale costruita sullo zelante lavoro menzognero dei media internazionali, i quali devono vendere sogni ad un pubblico che ne ha avuto abbastanza dei fatti reali e del loro grigiore, non ha però giovato ai residenti, che si trovano costantemente sommersi di domande sciocche provenienti da persone eccitate che vogliono subito trasferirsi in Islanda dopo aver letto alcuni articoli di BuzzFeed e dell’Huffington Post, dove gli islandesi vengono dipinti come il popolo più pacifico, progredito e felice del mondo.

Il guaio è che il grosso degli articoli sull’Islanda sono scritti da gente che è qui di passaggio, e raramente si legge qualcosa dal pugno di qualcuno che ci ha vissuto. Spero di contribuire a colmare questa lacuna mettendo in luce qualche punto scomodo, premettendo sempre che io adoro vivere qui e lo preferisco allo stare in Italia per tanti motivi:

Personalmente, trovo che i punti forti di questo Paese siano molti e non trascurabili: la relativa snellezza burocratica (dopo aver aperto il conto in banca, lavoro di dieci minuti contro la mattinata che mi ci è voluta in Italia, sono uscito con due fogli contro i dodici plichi con cui uscii dalla mia banca italiana); la pervasività delle connessioni wi-fi gratuite, quando in Italia o Spagna ci sono tutti quegli insopportabili passaggi di login e registrazione; la sicurezza, per cui se dimentichi o perdi il protafogli lo ritrovi – pieno – e lasciare le chiavi nella toppa non è una disgrazia; l’informalità per cui se devi parlare a un professore non devi fissare un appuntamento mesi prima e cospargerti la cenere sul capo con tanti salamelecchi per evitare che ti mandi a dar via i piedi al primo sguardo, la flessibilità per cui se hai dimenticato una virgola in un documento non devi fare tutto da capo perché la gente ha la testa quadrata, e se c’è una regola che dice che il piano non si suona per evitare che degli scriteriati ci ballino sopra, ma tu lo suoni seriamente, la regola te la lasciano sorvolare; l’estrema alfabetizzazione digitale, perché i vecchi islandesi usano mezzi digitali molto più dei nostri, ma non perché siano più intelligenti quanto perché in Italia abbiamo una diffidenza reazionaria verso le nuove tecnologie, e quella del cervello invecchiato è una scusa bella e buona: mia nonna che si stina a lavare a mano pur avendo la lavatrice non è che manchi dell’intelligenza per girare due manopole, è che si è intestardita sul continuare a fare ciò che ha sempre fatto. In Islanda, i vecchi che attaccano risse all’ufficio postale frustrati dai giovani che saltano la coda perché hanno prenotato con la app non li vedrete mai, perché le app le usano anche gli anziani. Questi sono lati che io trovo apprezzabilissimi nella società islandese ma, da straniero, trovo anche punti che a mio avviso potrebbero essere migliorati, o che comunque potrebbero costituire un problema per chi viene a vivere a qui.

Quando leggo articoli di giornali stranieri sull’Italia vedo dei ritratti più bilanciati, dove vengono descritti i pregi e i problemi (disoccupazione giovanile, corruzione etc.), e non trovo difficoltà ad ammettere che esistano problemi gravi che rendono spesso la vita fastidiosa. Quando si legge dell’Islanda, di norma, i problemi vengono sempre aggirati o edulcorati, quasi che fossero causa di dolore personale per i reporter che scrivono. Gli islandesi stessi notano a volte che i giornalisti stranieri sembrano porre le domande in modo da ottenere le risposte desiderate, e spesso aggirano i punti problematici perché quello che vogliono è una conferma all’idea utopica che si sono fatti di questa nazione.

Mai si sognano, i media internazionali, di parlare dei numerosi episodi scandalosi che toccano l’ufficio immigrazione, il famigerato útlendingastofnun, fondato da nazisti e tutt’ora autorità suprema sulla vita e sulla morte degli emigrati ed expat non-UE. Un adolescente rifugiato trascinato di peso fuori da una chiesa dalla polizia, una famiglia albanese sbattuta fuori dal paese in piena notte con il figlio piccolo malato,  o una famiglia originaria del Togo con due figli piccoli nati in Islanda che viene trascinata fuori di casa alle 4 del mattino dalla polizia tra le proteste inascoltate di vicini e amici.

Sono notizie che la gente non vuole sentire.

E che dire dell’immagine eco-friendly tanto popolare all’estero? In Islanda non si è riciclato fino al 2009, e ancora oggi non esiste un impianto di riciclaggio locale, così che i rifiuti sono spediti all’estero. Relativamente facile mantenere una certa pulizia quando si è una popolazione pari a quella della città di Bari in un Paese grande come l’Italia settentrionale…ora che però il turismo sta crescendo vertiginosamente, le carenze gestionali per ciò che concerne i rifiuti iniziano a pesare. Qualcosa si sta muovendo, ma abbastanza a rilento.

I banchieri del crash, o meglio, i due pescati tra i mille perché colti proprio con le mani nel sacco ma non più colpevoli di tanti altri, sono finiti in una fattoria vicino al famoso colle di Kirkjufell, e sono usciti dopo aver scontato neanche un quarto della loro pena.

Sicuramente è vero che Reykjavík trabocca di musei e gallerie d’arte, e il Paese intero è disseminato di sculture e installazioni…ma si tratta per lo più di quelle che (a mio personalissimo avviso di uno abituato fun da bambino a vedere arte tutt’intorno in quanto italiano) definirei porcherie inguardabili. Si tratta soprattutto di installazioni e sculture concettuali che sembrano assemblate in fretta e furia per recuperare il tempo perduto rispetto a paesi come il nostro, che accumulano arte da millenni. E non si tratta di stranezze post-moderne sulle quali sarei anche disposto a discutere, come i capolavori iperrealisti di Sandorfi che ho visto al museo d’arte europea di Barcellona, il cui valore artistico può essere discusso in virtù di un’innegabile maestria tecnica su cui possiamo trovarci tutti d’accordo, no: si tratta cataste di ferraglia sconnessa, scarabocchi e lordure scaricate su vari supporti alla rinfusa, quella sorta di arte pretenziosa e vacua che viene gettata col pattume dalle donne delle pulizie perché indistinguibile da rifiuti e ciarpame. Quando i soldi vengono spesi per acquisire lavori stranieri, si tratta di ciarpame simile, come la prugna che galleggia nel profumo all’interno i un cappello, capolavoro di Yoko Ono, o le carcasse appallottolate di cavalli di Berlinde de Bruyckere…insomma porcherie che a differenza degli olii su tela di Sandorfi non rischiano di rivelare certo pattume locale per quello che è. I francesi non provano vergogna o frustrazione per il fatto che il pezzo forte del Louvre sia opera di un artista italiano. Gli islandesi mi sembrano celebrare il loro spirito artistico avendo cura di accompagnarsi a quanto di più mediocre riescono a far giungere sul loro suolo. Qui credo che il problema sia una certa insularità: essendo in pochi, preferiscono investire su loro stessi, col risultato che non serve essere chissà chi per risaltare sulla scena, e questo a mio avviso non stimola molto a perfezionarsi.

Anche il fatto che siano una nazione di musicisti è un’altra stortura: suonano tutti, sì, ma COME suonano? Tra gli eventi innumerevoli dei festival che punteggiano l’anno solare, ci sono sicuramente artisti degni di nota, ma il grosso delle esibizioni, che colpiscono per la loro quantità, sono dei gruppi mediocri come quelli che in Italia suonano nelle parrocchie. Niente di sbagliato, per l’amor del cielo, ma da lì a dire che sono una nazione di artisti e musicisti ne corre parecchio. Forse questo mio giudizio dipende dal fatto che essendo di Cremona, sono cresciuto circondato da musica di livello abbastanza alto, e là è difficile che la gente si esibisca a meno che non sia davvero avanti, ma lascio a voi il giudizio finale!

Anche l’architettura, a mio personalissimo e ignorantissimo avviso, ne esce malconcia: le casette colorate tanto popolari che accompagnano gli articoli di BuzzFeed, fatte in lego e in lamiera sono una rarità, quelle in torba sono più uniche che rare, e Reykjavík nel complesso assomiglia di più al sobborgo depresso di una città nordamericana che a una capitale europea, visto che gli edifici storici sono (seppur bellissimi!) piccoli e nascosti all’ombra di mostri in cemento, acciaio e vetro dalla forma perennemente a scatoletta di sardine. Il campus universitario dal cielo sembra il teatro di un incidente tra camion che trasportavano scatolame, e forse la mancanza di secoli/millenni di esperienza nell’architettura, unita al desiderio spasmodico di essere supermoderni pur di primeggiare in qualcosa, fanno sì che molti edifici abbiano gravi problemi di progettazione, che siano vittime di infiltrazioni e pongano seri problemi logistici a chi poi deve lavorarci giornalmente. Purtroppo, a differenza di quello che si crede, la gente non vive nelle casette da folletti calde e asciutte e passa il tempo a dondolarsi lavorando a maglia al lume di candela mentre i piccoli giocano ai piedi dell’albero di Natale. Ragazzi! Le favole son favole e l’Islanda è un luogo reale.

L’essersi arricchiti così rapidamente e il venire da un passato fatto di povertà, fame e miseria, ha fatto sì che diversi islandesi non esibiscano la cura attenta nelle interazioni sociali tipica di altri paesi più anticamente urbanizzati. Sono una società arricchita, ma per tanti versi ancora rurale, il che significa che, sì, hanno una cordiale e amichevole spontaneità campagnola che può essere davvero ben accetta per chi viene da società molto formali come quella italiana, ma mancano spesso una certa sofisticazione delle maniere tipica di altri Paesi europei che di primo acchito è spesso interpretata come maleducazione. Non si possono gestire uffici pubblici e istituzioni culturali nello stesso modo in cui si gestisce una fattoria, a questo è purtroppo ciò che spesso succede, e se le fattorie vanno gestite con grande flessibilità a causa dei capricci del tempo, gli uffici pubblici e le istituzioni culturali sono gestite secondo i capricci dei singoli, spesso con una leggerezza che rasenta il ridicolo. Se ordinate nei bar, verrete sorpresi da come i camerieri se la prendono spesso comoda, lasciandovi impalati al banco e ignorandovi mentre vanno avanti a chiacchierare. Non è affatto maleducazione, si tratta di un senso del tempo e dell’interazione sociale diverso dal nostro, ma può essere irritante per chi viene da fuori.

Quanto a organizzazione, gli islandesi non programmano, impazziscono all’ultimo momento. Si presentano agli appuntamenti con colossali ritardi, e hanno un senso del tempo più affine a quello dei messicani che a quello degli italiani (per lo meno quelli del nord). Se invitate qualcuno a cena per le 7:00, attenzione che a 7:40 potrebbero non essere ancora arrivati!

Non è raro, nemmeno tra individui di una certa posizione sociale, lo sfasciarsi di alcol in occasioni perfino di ricevimenti più o meno informali (ho assistito a parecchie scene in cui professori universitari perdevano il controllo al terzo bicchiere di rosso), e questo può essere piacevole perché rilassa l’atmosfera e scioglie la formalità imbarazzante che connota interazioni sociali di tipo professionale, ma può anche scioccare gente che viene da culture dove il senso del decoro, il fare bella figura e il comportarsi in pubblico sono così importanti.

L’assistenza sanitaria è davvero carente se paragonata a quella italiana, e gli americani ne cantano le lodi sui loro giornali e siti web solo perché non hanno nemmeno un’assistenza sanitaria degna di questo nome. Qui si paga un ticket anche sulla visitina al medico di base, e se stai male assicurati di avere un paio di centoni in tasca altrimenti l’ambulanza non viene a prenderti!

Per ciò che riguarda l’aspetto umanitario, molti islandesi sostengono spesso con orgoglio che starebbero “facendo la loro parte”, riferendosi alla cinquantina di rifugiati accolti nell’ultimo secolo. Questo da italiano lo trovo seccante: comodo lavarsi la coscienza accettando quei due o tre all’anno, ma vorrei provassero ad avere le loro spiagge punteggiate dai cadaveri di centinaia di disperati, e i centri di accoglienza che esplodono delle centinaia di migliaia di persone che giungono da noi ogni anno. La stampa locale parla molto poco di queste cose perché alla fine è un problema che li tocca poco: l’essere così lontani dalla miseria e dalla guerra droga gli islandesi con un senso di prosperità e sicurezza fittizio che amerei poter mettere alla prova materializzando un barcone carico di un migliaio di disperati. Il punto qui è che, pur non mettendo in dubbio le doti di questo popolo, ci andrei cauto nell’attribuire il merito per il loro stile di vita alle loro doti anziché alle circostanze geo-politiche. L’eruzione catastrofica che ha sepolto Heimaey nelle Vestmannaeyjar negli anni ’70 non è stata un disastro umanitario solo perché il giorno prima i pescherecci non erano usciti in mare per via del maltempo ed erano dunque tutti pronti a essere impiegati per trasferire i cittadini sulla terraferma, non per la straordinaria efficienza geometrica dell’apparato statale.

La libertà sessuale che viene tanto sbandierata si accompagna a un’incidenza allarmante di malattie sessualmente trasmissibili e di gravidanze giovanili, che comportano tutta una serie di disagi non solo per le madri giovani e spesso impreparate o impossibilitate a ricevere aiuto dai genitori e addirittura dai nonni spesso ancora giovani e lavoranti, ma per la società nel suo complesso, viste le numerose ricadute che una gravidanza ha sulla vita di una ragazza.

Quanto al clima, il vivere per così tanto tempo al buio al freddo, con i prodotti di importazione che sono resi inavvicinabili da dazi imposti per via della politica protezionista, rendono la vita ardua a lungo andare e, forse per nazionalismo, gli islandesi preferiscono mangiare i pomodori non proprio eccezionali prodotti localmente in serra anziché togliere i dazi e rendere più economici quelli di importazione.

La lingua viene artificialmente tenuta cristallizzata (almeno nello scritto) in una fase medievale grazie a politiche pedagogico-linguistiche che noi definiremmo “fasciste” (immaginate se in Italia il governo obbligasse le maestre a insegnare ai ragazzi quando pronunciare le e/o aperte o chiuse per costringere tutti a usare la pronuncia toscana: una cosa simile è successa per estirpare la tendenza a confondere i/e brevi e i/ö brevi in e/ö brevi), ma questa idolatria per la loro lingua si accompagna ad un’accettazione ipocrita di tutta una serie di elementi culturali americani che stride non poco con questo forte conservatorismo sul piano linguistico. Che senso ha estirpare pronunce emergenti per mantenere il patrimonio culturale intatto, se poi ci fiondiamo tutti a mangiare panini putrefarciti da Subway, pizze rancide da Domino’s e seguiamo ogni tendenza americana come il peggior pecorame?

Tutto questo non vuole essere un’invettiva contro un Paese che, a conti fatti, è prospero, pacifico, relativamente felice e pieno di opportunità, ma lo ritengo una puntualizzazione necessaria a fronte della frenesia che circonda l’idea di Islanda. Specialmente a fronte del fatto che il 90% dei resoconti estasiati sono scritti da persone che al massimo si fanno una settimana di vacanza una volta ogni tot anni e hanno solo il tempo di notare la calma e l’accoglienza delle strutture ricettive. Sono felice di vivere qui, non tornerei in Italia, che ritengo un Paese troppo ingessato e pedante per tanti versi, in cui non avrei mai le opportunità che ho qui, dove posso vivere in una capitale europea senza il senso soverchiante di trovarmi in un formicaio brulicante. Non è sempre facile ma qui ho trovato un equilibrio che apprezzo molto, e che mi permette di osservare con lucidità la realtà circostante. In questo modo posso rendermi conto di trovarmi in una realtà in cui personalmente posso vivere in modo soddisfacente, ma che è lo stesso una realtà imperfetta e colma di problemi, per cui potrebbe rivelarsi inadatta o dannosa per altri.

Mi auguro che più articoli scritti da residenti facciano la loro comparsa in rete e aiutino le persone a capire che non esiste IL Paese perfetto, che l’Islanda è un Paese come un altro, che se il Paradiso esiste, non è uguale per tutti, e se si trova a metà strada tra la Gran Bretagna e la Groenlandia, sta a ciascuno di noi deciderlo 🙂

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Beatrice ha detto:

    Grazie Roberto, articolo davvero molto interessante! Sono d’accordissimo sul fatto che la visione di Islanda è diversa da una persona che ci vive a una, come me, che ci passa due settimane in agosto. Anch’io, come la maggio parte dei turisti, guardavo all’Islanda come un’isola felice e perfetta!!

  2. Valeria Castiello ha detto:

    Ciao Roberto, grazie per questo interessante articolo da insider. La loro lentezza emerge anche agli occhi di un turista: andavano nel panico quando un ristorante era al completo, e aveva ben 4 tavoli su 5 occupati 😀 Anche io faccio parte di quella schiera di persone che vede l’Islanda come un paradiso, ma lo è per il mio concetto di viaggio; direi lo stesso del Giappone: è davvero impeccabile per un visitatore, ma è sicuramente un Paese molto controverso in cui vivere. Sul mio blog invece mi sono impegnata a fare un’apologia della Germania, che al contrario viene vista come una nazione noiosa e senz’anima, ma che io ho trovato davvero fantastica nella vita di tutti i giorni.
    Buona serata, e tanta sana invidia per te, nonostante tutto 😉

  3. Roberta ha detto:

    Ciao Roberto, bell’articolo, veramente interessante, anche io faccio parte di quelle persone che vedono nel nord Europa il posto ideale per vivere ma so bene che un conto è amministrare uno stato con 60 milioni di persone invece di uno stato con 7 milioni. Buona vita

  4. A World Odyssey ha detto:

    Abito a Húsavík da due anni e mezzo, arrivatoci dopo sogni e diversi viaggi con una visione quasi paradisiaca dell’Islanda e del suo popolo.

    Da mesi, però, mi chiedevo quando avrei finalmente letto un articolo realistico su questo paese, un articolo scritto da parte di qualche italiano. In effetti, da qualche anno, non se ne può più di questa versione ovattata ed edulcorata di qualsiasi aspetto che riguardi l’Islanda passataci da ogni media. L’articolo è finalmente arrivato. Condivido quasi tutto…il quasi è dato dal fatto che vivendo in una cittadina come Húsavík, la quale, pur essendo il principale centro del nord-est, è comunque un paesino, vedo una realtà “campagnola” – aggettivo propriamente utilizzato nell’articolo – più coerente con se stessa. I contadini (o pescatori) arricchiti sono pochi e quei pochi non cercano di essere qualcosa che non sono (per lo meno finché stanno a Húsavík). E poi la natura circostante è qualcosa di unico. Il vivere in una realtà del genere permette forse di apprezzare meglio le qualità dell’Islanda, il paesaggio incredibile, la cordialità ed il calore dei nativi. Al tempo stesso, però, lo stile di vita può diventare un po’ alienante (il cinema più vicino ad esempio, si trova a 95km) e, soprattutto, il livello medio richiesto per fare qualcosa, qualsiasi cosa, è fastidiosamente basso (ancora più basso di quanto non lo sia nella capitale). È affascinante ma falso il concetto che tutti possano fare gli artisti, i musicisti, gli esperti di marketing, i manager di impresa. Chiunque, ma non tutti.

    In ogni caso, Roberto, se dovessi passare a Húsavík vienimi a trovare all’Exploration Museum!

    1. Roberto Pagani ha detto:

      Grazie! Parli dell’Húsavík nel nord est? Ci sono stato un’estate in una giornata di sole bellissimo. Centro davvero grazioso. Amerei tornarci quindi passerò senz’altro a salutare!

  5. Alessandro Di Lellis ha detto:

    Interessante e senza peli sulla lingua. L’Islanda che ho visto io nel 1982 (turista, 17 giorni, estate) probabilmente era molto diversa da quella attuale.

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