Vacanze danesi

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Cerco di non menzionare mai la mia vita privata, ma questa volta mi risulta impossibile: sto passando una vacanza in Danimarca dalla famiglia della mia ragazza, che vive nello Jutland. Ovviamente non è la prima volta che vengo, ma non ne avevo mai scritto perché il mio blog aveva assunto un carattere islandese in modo quasi totalizzante, e non credo sia proprio un bene.

Ho iniziato questa esperienza del blog ormai 7 anni fa, quando ero al mio primo anno di lingue scandinàve all’università di Milano, e date le mie lunghe esperienze scozzesi, il fuoco del blog era decisamente puntato sulla Scandinavia in generale e sulla Scozia.

Parlerò quindi un po’ della Danimarca, perché vorrei raccontare cosa, di questo Paese, me ne ha fatto innamorare.

Inizio col dire che, specie se rapportata all’Islanda, la Danimarca è un Paese facile. Il clima è estremamente mite, muoversi è semplice (anche se un po’ costoso), le “cose” si trovano, e l’isolamento non è un problema. È però un Paese piuttosto regolato, magari non a livelli da Germania, ma incredibilmente più regolato dell’Islanda. Nonostante la propaganda pubblicitaria, non è ciclolandia: i ciclisti non sono una classe protetta. Se commettono errori si ritrovano spalmati sull’asfalto. Questo a differenza di quanto accade, per esempio, nella mia nativa Cremona, dove la mia ragazza danese è rimasta davvero stupita di come le macchine prestassero attenzione totale alle biciclette con pazienza e gentilezza. Però le bici si usano lo stesso anche in Danimarca. E tanto!

Si tratta di un Paese con una storia gloriosa che è però naufragato piano piano dal medioevo fino a oggi. Si è trovato a governare per più di un secolo un impero che comprendeva Svezia, Norvegia, Islanda, Fær Øer e Groenlandia, per poi perdere piano pianino tutto, fatto salvo per le Fær Øer e la Groenlandia – che sono più un peso che una ricchezza, visti i sussidi che si beccano data la loro incapacità/impossibilità di raggiungere l’autosufficienza -, incluse due conte del sud, che sono passate alla Germania dopo un referendum che ha concluso anni di guerre.

Questa storia sembra aver dato ai danesi una grande umiltà, e questa è la cosa che amo di più di loro. Sanno che sono privilegiati in quanto danesi, perché vivono un Paese ricco e funzionante, ma sono anche profondamente consci dei loro problemi e delle loro mancanze, per questo, pur amando la loro patria, non scadono mai nelle forme patetiche di nazionalismo becero e infantile che personalmente ritrovo in nazioni come la Norvegia e, per certi versi, l’Islanda. La prima si fissa, a mio avviso un po’ troppo, sul costume tradizionale (una cosa che detesto e che considero il marchio di fabbrica di Paesi con un debole senso di identità, infatti, se ci fate caso, i più grandi Paesi Europei e del mondo non li hanno o non li conosce nessuno), le bandierine, la festa nazionale, e tradizioni inventate l’altro ieri. La seconda invece si considera la migliore del mondo (best í heimi) in praticamente tutto, e lo dice a gran voce.

Una cosa che adoro della Danimarca sono i famosi smørrebrød, che spesso agli italiani che ne sentono parlare sembrano delle semplici tartine, ma possono in realtà essere portate complete o, se siete di appetito debole, pasti interi. Il problema delle descrizioni di cui si legge normalmente in giro, è che si concentrano tutte sull’elemento del pane, forse perché si trova nel nome (che significa “pane imburrato), ma la verità è che il pane scompare sotto quello che ci si trova sopra. Immaginatevi una fettina di pane di segale coperta da una catasta di roba. Si mangia con forchetta e coltello, non si può tenere in mano. Non è un panino! Le combinazioni di ingredienti seguono regole tradizionali, anche se esistono ristoranti gastronomici che ne offrono di alternative e sperimentali. Personalmente sono ghiotto di aringhe, oppure polpetta di pesce + patate fredde + salsa + erba cipollina, e salsiccia + barbabietola.


I danesi hanno l’abitudine di cercare un senso di familiarità negli ambienti in cui vivono, un’atmosfera confortevole accogliente che rende rilassati. Questa atmosfera ha un nome, peraltro intraducibile: hygge, sul quale sono stati scritti addirittura dei libri. E’ forse la cosa che amo di più della Danimarca, forse perché è stata, per me, la concettualizzazione finale di un bisogno che ho avvertito fin da bambino. Nelle cene, nelle vacanze di natale, nelle giornata a casa…mancava sempre qualcosa; questo qulcosa, che in parte inconsapevolmente forse avevamo anche noi nel passato, era la hygge. Immaginatevi di trovarvi davanti a una tavola di legno, con due candele accese, dei vasetti con fiori raccolti da poco, dei vassoi con piccole torte, scatole di latta con biscotti fatti in casa, e caffè e tè pronto per essere servito. Il sedersi intorno al tavolo e chiacchierare, passandosi continuamente le marmellate e i biscotti, e la sensazione di calore familiare che ne deriva, sono la hygge. Ogni anno, quando arriva l’otto dicembre, con trepidazione mia sorella e io prepariamo l’albero, i nostri genitori non lo fanno volentieri, per loro è soltanto una tradizione vuota e un peso da levarsi giusto per avere l’albero fatto. Per mia sorella e per me si tratta di un’esperienza importante. Mettiamo un film nel sottofondo, generalmente “Il piccolo lord”, e iniziamo lavorare chiacchierando, e così andiamo avanti ore intere. A metà lavoro uno dei due prepara un tè o una cioccolata con qualche biscotto alla cannella, ed entrambi ci godiamo quell’atmosfera che per noi rappresenta la parte più bella del natale. Adoro cercare di ricreare quella sensazione in ogni possibile momento, e sono grato alla Danimarca per avermi insegnato come.

 

L’architettura danese è un’altra cosa che adoro, con tutte le casette colorate affiancate e le strade acciottolate che mi ricordano le fiabe di Andersen, e quell’atmosfera fresca e distante che mi si congiurava nella mente quando le leggevo da bambino, o le guardavo in cartone animato alla televisione.

 

Nelle mie peregrinazioni danesi ho visitato Jelling, il famoso sito delle pietre runiche di Gorm il Vecchio e Harald denteblu, Ribe (nella top-3 dei miei posti preferiti) una cittadina dello Jylland (Jutland) molto caratteristica, Helsingør, dove si trova il castello di Kronborg, che ha ispirato lo Helsinore dell’Hamlet di Shakespeare, l’isola di Als, con i suoi boschi, laghetti e campi rigogliosi, e il suo capoluogo Sønderborg, nel quale ho visto ormeggiata la nave reale che trasportava la regina in visita. La capitale, Copenhagen, è una città da sogno: sposa i vantaggi dell’essere capitale, come la vita culturale molto attiva e l’ampia scelta di beni e servizi, con l’atmosfera accogliente della Danimarca, cosa della quale avverto la mancanza in altre grandi città europee.


 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea Bugin ha detto:

    La bicicletta e’ un luogo comune della Danimarca, come il freddo islandese.
    Pur essendoci, ci provano, un eqilibrio sociale, ci sono delle discrepanze.
    Ci sono passato, toccata e fuga, non posso esprimermi sul cibo.
    Bevono, ma con atteggiamento diverso dagli irlandesi.

  2. Andrea Margutti ha detto:

    Io sono a Copenaghen proprio in questi giorni e non posso che darti assolutamente ragione. Tuttavia, non posso fare a meno di preferire la mia amata Svezia alla Danimarca 😄!

  3. Gentile Roberto,

    buongiorno.

    Ti scrissi alcuni mesi fa, prima di un mio viaggio di lavoro in Islanda, che ho fatto e si è (ben) concluso.

    Adesso, ti scrivo ancora perché tra le possibili svolte della mia vita potrebbe (sono ancora al “potrebbe”) esserci un trasferimento in Islanda e precisamente ad Akureyri.

    Ho trascorso alcune settimane insegnando psicoanalisi all’Università di Akureyri e potrebbe concretizzarsi l’ipotesi di assumere un incarico definitivo lì.

    Come puoi immaginare, nell’attesa che tale ipotesi assuma contorni più chiari e certi, sto provando a capire se tale “salto” sia per me fattibile, al di là del fascino, dell’esotismo, ecc.

    Vorrei chiederti (se avrai tempo e voglia per rispondermi) se ritieni che uno stipendio di docente universitario possa consentirmi di condurre un tenore di vita decente, rispetto al costo della vita locale, includendo nelle spese l’affitto di un’alloggio, spese di sostentamento e un minimo di vita sociale (palestra, piscina, un cinema ogni tanto e un ristorante alla settimana!)

    Mi dicono che il costo della vita ad Akureyri sia leggermente minore che a Reykjavìk; ti risulta?

    Ti sarei molto grato se potessi darmi qualche dritta, inclusi eventuali indirizzi mail per affitto appartamenti e tutto ciò che possa essere utile per iniziare (se la cosa andrà in porto, dovrei iniziare a Gennaio 2018).

    Ti ringrazio molto e ti saluto con viva cordialità, anche perché la tua città natale mi è molto cara, poiché proprio a Cremona frequentai per quattro piacevoli anni la scuola di specializzazione (sono uno psicoanalista di Palermo).

    Grazie per tutto e un caro saluto.

    Roberto

    >

    1. Ciao!
      Akureyri è davvero un gioiellino, gode di un clima migliore di Reykjavík: più freddo e nevoso d’inverno e più caldo e secco d’estate. Quanto allo stipendio dipende da quanto corsi farai e se avrai un contratto fisso o se ti pagheranno a ore. Nel primo caso starai sicuramente molto bene finanziariamente, nel secondo dipende da quanto guadagnerai e dal tuo stile di vita. Tieni conto che un cameriere a tempo pieno fa circa 3000 euro lordi. Io escluso l’affitto (che a seconda di dove trovi può variare dai 500 ai 1000 euro) riesco a mangiare fuori, cinema, piscina (che costa pochissimo)…secondo me un tentativo puoi farlo tranquillamente. Purtroppo ad Akureyri non ho contatti diretti, ma ti consiglio i gruppi su Facebook come “away from home – living in Iceland” e “italiani d’Islanda”, magari lì troverai qualche contatto utile!

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