L’essenza dell’Islanda

L’altro giorno ho letto questo articolo del Sole 24 Ore, in cui si diceva che l’Islanda è riuscita ad attuare un miracolo del marketing pur rimanendo sé stessa. Questo mi ha immediatamente fatto rizzare le antenne della polemica, ma poco dopo mi sono perso in una riflessione più profonda, e che mi sento di condividere.

Intanto comincio col dire che sono fermamente convinto che l’Islanda non sia la stessa. Basta guardare come in questi anni, si siano diffusi alcuni degli elementi che noi ora consideriamo tipici del Paese – nel nostro immaginario collettivo – ma che ne erano estranei in un passato non molto lontano. Il concetto di vichingo non faceva parte dell’identità islandese. L’autore di una versione manoscritta di quel testo che va sotto il nome di Libro degli insediamenti, e che racconta la storia della colonizzazione del Paese fornendo i nomi dei coloni, i luoghi in cui si sono stabiliti, e notizie sulla loro vita, scrisse che il motivo per registrare il proprio passato, cosa che sembra futile ai più, e che in tal modo ci si può difendere dall’accusa di essere un popolo di gentaglia discendente da disperati e delinquenti – vichinghi, o pirati, che è forse la traduzione migliore per questo termine. Eppure oggi ci sono elmi cornuti e porcherie “vichinghe” ad ogni angolo. Ci sono rune in versioni che erano in auge centinaia di anni prima della colonizzazione. Poi i famigerati negozi delle pulcinelle di mare, che vendono cianfrusaglie e souvenir perché il turismo ha creato una domanda per questa plastica fasulla. I maglioni di lana, anche questi un’invenzione recente nella loro forma commerciale, sono ormai quanto di più islandese possiamo immaginare. Lo squalo marcio, che al massimo si assaggiava una volta all’anno in occasione speciali, ora si trova al supermercato, così come la carne di balena, che prima era consumata solo in casi di emergenza e quando le balene su spiaggiavano. Il pesce essiccato, una volta parte della dieta quotidiana, ora costa una fortuna perché ci sono turisti abbastanza ingenui da essere disposti a pagare oro per un sacchettino con su scritto “Viking Snack”.

No, l’Islanda non è la stessa. E se lo dico io che ci vivo da soli quattro anni, immagino chi ci ha trascorso una vita. E non ha nemmeno senso disquisire sulla natura essenziale di questi cambiamenti, ovvero se siano stati positivi o negativi. Bisogna prendere atto che il Paese non è più lo stesso.

Quando sono arrivato, come tanti altri studenti con cui ho condiviso la mia esperienza, mi immaginavo di fare l’elfo, saltando tra le rocce disseminate su un pendio erboso. Qualche casetta colorata in legno sullo sfondo. Da un lato montagne tozze e striate di bianco, dall’altro l’oceano blu scuro. Sopra di me l’aurora e silenzi sconfinati. Avevo l’idea classica dell’Islanda remota e trasognata. Onirica. Invece mi sono trovato in una piccola metropoli, un po’ contadina ma molto internazionale. Asfalto, luci, insegne, cartelli, soldi che girano all’inverosimile, vita notturna schizofrenica. Tanta droga e tante malattie sessualmente trasmissibili. Il capitalismo sfrenato, le catene americane, e gli islandesi che se ne fregano del loro passato, non lo studiano e non lo conoscono, ma si fiondano sull’ultimo iPhone e passano il weekend a New York e Los Angeles.

Ingenuamente, a mio avviso, molti dicono “eh ma quella è Reykjavík. Se esci la vera Islanda c’è ancora!”. A parte il fatto che da quando sono arrivato ho visto comparire transenne, segnali, parcheggi e baracchini in luoghi che alla mia prima visita erano davvero incontaminati, e a parte il fatto che oggi tocca pagare per vedere siti in cui prima si andava gratis, vedete, io non so cosa sia la “vera” Islanda. E questa è la riflessione che mi è nata dalla lettura dell’articolo. È l’Islanda proiettata follemente nel futuro, che pensa alla ricchezza e alla tecnologia? È l’Islanda di qualche decennio fa quando c’erano ancora famiglie che vivevano nelle grotte? È quella del Medioevo immaginifico? Quella dei tour in barca per vedere le balene? Dei festival musicali? Ha senso andare a cercare la vera Islanda nelle casette col tetto d’erba che sono state ricostruite da quasi zero pochi anni fa e adibite a museo con qualche signorina annoiata in costume tradizionale? Non me la sento di dare un mio parere. Non me la sento di dire che l’Islanda di oggi sia meno Islanda di quella di un remoto ieri. È diversa.

È un’Islanda combattuta tra un presente che soddisfa abbastanza ma non quanto il futuro, per alcuni, o il passato, per altri. E forse è perché, come per tutte le cose, i sogni e le idee ci appaiono sempre migliori della realtà. L’Islanda che non abbiamo visto sarà sempre più magica e pura di quella che abbiamo sperimentato, l’Islanda di domani per noi che viviamo qui sarà sempre più efficiente, più equa e generosa di quella in cui ci troviamo ora.

Ora ci lamentiamo del turismo. Anche i turisti si lamentano del turismo. Loro vorrebbero un’Islanda da cartolina tutta per loro. Ma anche Parigi e Londra verrebbero meglio in fotografia senza le orde di gente malvestita e carica di zaini e sacchi a pelo. Non ha nemmeno senso fare le gerarchie e stabilire chi se la merita di più e chi dovrebbe vedersi negato l’accesso all’atterraggio (se sei una persona facoltosa dedita a sport estremi, si tratta solitamente dei backpackers, se sei un appassionato della storia e della cultura, si tratta invece di chi non ha mai preso in mano L’Edda di Snorri), alla fine i turisti continuano ad arrivare, gli alberghi continuano a essere costruiti e le multinazionali insistono con il voler aprire punti vendita.

Penso che l’Islanda sia quello che ci capita di trovare. È passato tanto tempo da quando la sognavo da studente di scandinavistica a Milano. Ci ho trovato molto di più di quanto avessi sognato. Ci ho trovato un Paese reale, con tanti pregi e tantissimi problemi, proiettato a rotta di collo verso un futuro che non potrà piacere a tutti. Ci ho trovato un posto in cui sono felice di vivere, non ultimo perché mi dà sempre tantissimo da pensare. È una realtà socio-antropologica complessa, e capirla richiede un’immersione totale e profonda apertura mentale. Per questo mi irrita profondamente sentire i commenti e I panegirici a mezzo Facebook di turisti che a volte non ci sono ancora nemmeno arrivati. Pur vivendoci e avendo avuto la fortuna di conoscere persone profondamente istruite che mi hanno aperto le porte a molti aspetti reconditi vecchi e nuovi di questo Paese, non mi sento di poter spiegare l’Islanda. Di dare giudizi su questa o quella cosa. Per me è molto più proficuo raccontare la mia Islanda con la speranza di offrirne una visione che – per quanto comunque soggettiva – sia più oggettiva delle tante che troviamo in giro oggi.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Tadzio ha detto:

    Sai Roberto, tutte le tradizioni, all’inizio, sono state innovazioni.

    Forse quello che più destabilizza è pensare che anche un angolo così sperduto del mondo sia stato contaminato dal gran marasma generale.

    C’è questo grande desiderio di qualcosa di totalmente puro, pulito, silenzioso e primitivo… una corsa alla pace.

    Ma non possiamo sfuggire da noi stessi.

    Alla fine, l’Islanda (come l’Italia, l’America o qualsiasi altro luogo) è sì fatta di dati di realtà (una certa lingua, un certo clima, certe abitudini), ma ancora di più di quello che noi vi mettiamo con la nostra sensibilità unica e irripetibile, con le nostre esperienze.

    E’ la continua dialettica fra i nostri schemi-pensiero e ciò che ci circonda la chiave di tutto, un processo meno salvifico della scoperta di una terra promessa, ma proprio per questo più vero.

    La tua Islanda non sarà mai quella di un altro… così come l’Edda (o il Decamerone, o Pasolini) ha tanti volti, quanti sono coloro che la leggono o la studiano.

    Ma al di là di tutta questa filosofia, continua a raccontarcela, la tua Islanda, promesso?

    1. Ah! Mi trovi d’accordo su tutto 🙂 e sì, non intendo smettere di raccontarla, la mia Islanda, anzi!

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