Mentalità: gli islandesi e il lavoro

Ho accennato diverse volte a questa questione sulla mentalità islandese rispetto al lavoro, ma non le ho mai dedicato un articolo. Credo sia il caso di farlo perché si tratta di qualcosa con la quale chiunque, dal turista all’expat, si troverà a dover fare i conti.

Premetto che il mio punto di vista è quello di un italiano del Nord, che ha studiato a Milano ed è dunque arrivato in Islanda abituato a una certa industriosità frenetica che poi si traduce in efficienza. Gli islandesi – in generale – non sono efficienti. Lavorano per vivere anziché vivere per lavorare, e questo è molto bello e positivo se vi trovate dalla parte del lavoratore, ma può essere frustrante se ci si trova dalla parte di chi deve beneficiare dei servizî di questo lavoratore.

È molto comune, anche nei locali più belli del centro, che si dimentichino gli ordini, o che gli ordini arrivino in ritardo. Questo può far spazientire il turista. Io ho imparato a non curarmene più perché questo è una conseguenza del fatto che i lavoratori non sono professionisti, ma magari studenti già plurilaterali che si sporcano le mani, a differenza di quelli italiani, non tanto perché hanno più buona volontà dei nostri, ma perché ricevono soldi veri. Se ti prendi duemila euro al mese per lavorare solo qualche week-end, ovviamente sei incoraggiato a fare il cameriere, ma ovviamente non è il tuo lavoro principale, non hai tantissima competenza e nemmeno passione, e soprattutto senti di non meritare di essere bistrattato da clienti cafoni.

E questo si collega a un’altra questione: la grande flessibilità nel mercato del lavoro. Pur essendo i lavoratori estremamente protetti, con i licenziamenti che sono abbastanza rari, è estremamente facile passare da un lavoro all’altro, e tanti lo fanno, come ho già accennato in passato. I contratti di lavoro sono facili, ci si può presentare di persona anche se esistono dei canali ufficiali, perché apprezzano sempre vedere qualcuno in faccia e ritengono che dimostri carattere il presentarsi di persona. Non danno troppo peso ai titoli, anche se i titoli danno accesso a salari più generosi, e in generale non hanno problemi nel mettere alla prova una persona che ne è sprovvista. Ancora, bellissimo se si è dalla parte del lavoratore, ma può essere terribile dalla parte del cliente/beneficiario di un servizio, perché l’incompetenza è la disorganizzazione spesso la fanno da padrone. Ottenere documenti in tempo utile non è sempre un’opzione, richiedere informazioni può rivelarsi una tortura, ma le dimensioni del Paese, la snellezza – relativa – della burocrazia e la digitalizzazione contribuiscono a mitigare molto il senso di impotenza di fronte all’incompetenza altrui.

E tuttavia non me la sento di giudicare questo sistema in base ai risultati. Se da un lato rende più facile a degli incompetenti di ottenere un posto, dall’altro dà anche la possibilità a talenti le cui ali sarebbero tarpate da sistemi burocratici rigidi, che spesso — e l’Italia ne è esempio — finiscono per avvantaggiare i mediocri a scapito dei talentuosi. E qui penso a quegli step patetici per diventare insegnanti, anni buttati in tirocini e corsi di formazione che poi sfornano generazioni di insegnanti comunque mediocri, e con quelli veramente bravi che sarebbero stati veramente bravi lo stesso senza buttare anni e soldi in queste cialtronate. Preferisco vivere in un paese dove tardano a servirmi il caffè, ma dove non devo mettermi a fare corsi di abilitazione con dozzine di individui senza personalità e non portati per la professione che alla fine avranno i miei stessi titoli e saranno, sul piano legale, considerati al mio medesimo livello.

Un’altra questione è quella della mancanza di direzionamento. Spesso capita sul lavoro di non ricevere abbastanza informazioni su come si debbano svolgere le proprie mansioni. Per qualcuno abituato a non muovere un dito e aspettare impettito finché il capo ti dice per filo e per segno cosa fare e come vuole che tu lo faccia, l’Islanda può essere davvero una grossa sfida. Qui le persone sono abituate a doversi arrangiare, per via della loro storia di nazione di contadini abbandonati a sé stessi, per cui danno per scontato che troverai un modo per fare quello che devi fare e per sbrogliartela, anche senza indicazioni dettagliate. Noi italiani siamo molto bravi ad arrangiarci per certi versi, ma in una struttura dall’apparenza gerarchica ci aspettiamo di ricevere ordini e dover eseguire secondo le aspettative dei piani alti. L’Islanda non è gerarchica. I capi invitano i subalterni a casa propria per le cene, e non c’è quell’atteggiamento di sufficienza che spesso si ha in Italia verso chi svolge lavori umili, perché essendo i lavori umili molto ben pagati, la gente altamente istruita e anche di buona famiglia non si fa problemi a svolgerne, e da gente così non ci si può aspettare l’obbedienza a testa china che spesso si trova nel nostro Paese.

Occorre pesare queste questioni quando si sceglie di vivere in Islanda. In molti non riescono davvero a imparare a tollerare questo sistema. A lasciare scorrere il tempo e l’istinto a uscire dai gangheri se qualcosa non va come previsto. E queste persone dovrebbero valutare attentamente la scelta di trasferirsi in questo Paese.

È un discorso che vale anche per i turisti. Se il pullman arriva in ritardo perché gli Islandesi sono disorganizzati, non mettetevi a berciare in mezzo alla strada che “non è possibile, è inaccettabile” etc., cosa sperate di risolvere così? Vi concedete un esplosione che vi permette di non dover fare uno sforzo per mantenere la calma, e vi fate marcire il fegato per niente. Ormai si è fatto tardi. Pace. Cerchiamo di minimizzare i danni e goderci il resto.

Non si può pretendere che un popolo con una storia e una natura come quella islandese si comporti allo stesso modo che uno come il nostro, per non parlare di quello svizzero o quello tedesco. . Tra l’altro la disorganizzazione islandese ha il pregio fondamentale di far sì che gli islandesi siano maestri nel far fronte agli imprevisti. A differenza dei tedeschi, ché se sposti loro una virgola nel progetto dettagliato che si sono fatti, crolla tutto il loro piano e sono incapaci di trovare soluzioni alternative in tempi utili. I tedeschi sembrano bravi a far fronte ad imprevisti che avevano previsto, ma gli islandesi sono campioni nel trovare soluzioni all’ultimo minuto in situazioni difficili.

E qui devo fare un rimbrotto a certi turisti, non solo italiani, ma da italiano mi preoccupo dei miei polli e non quelli degli altri: non si può viaggiare e aspettarsi di trovare tutto secondo le aspettative. Una parte del viaggiare è lasciarsi sorprendere e magari anche dover far fronte a diversi imprevisti. Per esempio, se da un lato è fondamentale informarsi e rendersi conto che nel Nord Europa si paga con la carta e se chiedete dove trovare un ufficio cambiavalute vi ridono in faccia, dall’altro è importante evitare, se per disgrazia non vi siete informati, di rigettare la vostra frustrazione sul primo poveraccio che capita (magari il ragazzo a cui han chiesto con soli due giorni di preavviso di venirvi a prendere all’aeroporto assieme ad altre 70 persone 😜), e usare queste situazioni, oltre che per imparare a relativizzare le proprie certezze, anche per maturare uno spirito di adattamento che poi porta automaticamente a sviluppare una più alta tolleranza per quanto si rivela non conforme alle nostre aspettative. Non ha senso viaggiare per tornare a casa e raccontare che l’Italia è il Paese migliore del mondo mentre gli altri son tutti barbari senza bidet e mangiano male.

Devo ammettere in effetti che mi risulta davvero strano il dover parlare di questo, visto che normalmente tendo a bacchettare proprio quelli che si sono convinti di come l’Islanda sia l’Utopia e l’Italia sia tutta da rottamare, ma si tratta di due estremi atteggiamenti che sono egualmente presenti e profondamente sbagliati.

L’Islanda è una metà fantastica per questo. È un Paese abbastanza diverso da offrire un’opportunità irripetibile di scoprire come non esista un modo giusto e uno sbagliato di vivere o fare questa o quella cosa. Anche per un turista, e non solo per chi viene a viverci, è un’occasione per mettersi in discussione e aggiungere sfaccettature alla propria personalità.

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